
Lettera aperta a Mons. Athanasius Schneider
Eccellenza,
Le scrivo pieno di riconoscenza e rispetto nei Suoi confronti: soprattutto per l’azione vessillare che Lei abitualmente compie, insieme ad altri Presuli santi e coraggiosi, richiamando la sana dottrina. Così pure Lei non cessa di denunciare i gravi errori a cui alcune affermazioni contenute in documenti del magistero ordinario possono dare adito: documenti che per loro natura, per il loro tenore, e per l’assoluta non continuità con l’insegnamento precedente, non richiedono l’assenso di fede (Cf. Lumen gentium 25); di conseguenza, è possibile continuare a rivolgere all’Autorità pressanti domande a loro riguardo (ad es. i dubia dei Cardinali).
Non di meno, la stima e l’affetto che Le porto, proprio per la franchezza e il coraggio da Lei mostrato nell’esercizio del Suo ministero episcopale, non mi consentono di tacere di fronte ad alcune Sue recenti affermazioni: ad esempio, se ho ben compreso, secondo Lei, la Consacrazione dei Vescovi da parte della FSSPX non sarebbe un atto scismatico: da questa Sua convinzione, potrebbe derivare il desiderio che la Santa Sede non dichiari la pena medicinale della scomunica, che verrebbero a contrarre, ipso facto, i Consacranti e i Consacrati.
Premetto, prima di motivare il mio pensiero, che non nutro alcun astio verso la FSSPX, e che nutro nei loro confronti gli stessi sentimenti di San Paolo nei confronti del suo popolo: “Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli” (Rom. 9:3). Ritengo, inoltre, che l’opera della stessa FSSPX, qualora venisse svolta in piena Comunione con la Chiesa, arrecherebbe a tutti grandi benefici.
Ed ora entro in medias res.
- L’atto della consacrazione dei Vescovi contro l’esplicita e manifesta volontà della Sede Apostolica è un atto intrinsecamente scismatico, in quanto l’Ordine sacro conferisce al soggetto che lo riceve la massima partecipazione al munus regendi[1], che è il presupposto ontologico della giurisdizione (cioè della assegnazione dei sudditi), ma non si identifica con essa e da essa è ben distinguibile.
- Questa partecipazione al munus regendi (maximum quid in genere) è stata conferita da Nostro Signore al Collegio apostolico unito a Pietro, a Lui suddito, e ai loro successori: di conseguenza, non può darsi un soggetto di sacra potestas che si ponga fuori dallo stesso collegio Apostolico, o che pretenda di inserirsi in esso senza alcun riconoscimento da parte dei successori di Pietro.
- La Consacrazione nonostante il diniego della Sede apostolica non è dunque una semplice violazione di una norma canonica, ma è in formale contraddizione con il sacramento stesso dell’Ordine, analoga, ad esempio, alla ricezione della S. Comunione non in grazia di Dio.
- Giustificare la Consacrazione di un Vescovo, contro la volontà del Papa, sulla base della gravità della situazione (che nessuno di noi nega minimamente), o delle supposte buone intenzioni, ci farebbe ricadere nel grave errore del proporzionalismo, condannato nell’enciclica Veritatis splendor: in base a questo errore, ad esempio, in casi particolari, potrebbe essere lecita la contraccezione nel matrimonio, oppure due adulteri potrebbero crescere in grazia (Dio mi perdoni, se, a puro titolo di esempio, ho osato appena riportare queste turpi affermazioni).
- Pensare che coloro che si pongono in stato di scisma possano fare ugualmente del bene, potrebbe farci ricadere in quell’errore per cui anche gli scismatici rientrerebbero in una sapiente volontà divina etc. etc.
Alla radice della non ancora piena comunione della FSSPX con la Chiesa, sta un problema che non è né canonico né pastorale ma dottrinale: e non lo dico io, ma Benedetto XVI:
“…i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi […] Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962”. (Lettera del Santo Padre Benedetto XVI ai Vescovi della chiesa cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei 4 vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, 10 marzo 2009).
Il cuore del problema sta nell’accettazione del valore del Magistero Ordinario (nella sua unità e continuità, non di ogni singola affermazione discutibile, anche conciliare – sempre che la materia non rientri in quelle verità che la Chiesa propone come divinamente e formalmente rivelate e, come tali, irreformabili, oppure proposte dalla Chiesa stessa in modo definitivo, secondo le indicazioni della «Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della Professione di Fede»).
La prova della natura dottrinale del problema ci è offerta nel protocollo d’intesa, siglato e poi ritrattato da Mons. Lefebvre nel 1988:
“2) Dichiariamo di accettare la dottrina contenuta nel n. 25 della Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II sul Magistero ecclesiastico e l’adesione ad essa dovuta.
3) Per quanto riguarda alcuni punti insegnati dal Concilio Vaticano II o riguardanti le successive riforme della liturgia e del diritto, che ci sembrano difficilmente conciliabili con la Tradizione, ci impegniamo ad avere un atteggiamento positivo di studio e di comunicazione con la Sede Apostolica, evitando ogni polemica”. (Protocollo d’intesa tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, redatto durante l’incontro tenutosi a Roma il 4 maggio 1988 tra il cardinale Joseph Ratzinger e l’arcivescovo Marcel Lefebvre, e firmato dai due prelati il 5 maggio 1988).
Un altro punto di carattere dottrinale riguarda il Novus Ordo Missae, al quale si possono fare molte critiche, in primis per il fatto che è più distante da Sacrosanctum Concilium di quanto non lo sia il rito romano secondo le norme del 1962. Ma non si può dire che esso non sia cattolico e che sia peccato o non sia lecito parteciparvi.
Conclusione.
Eccellenza carissima, la Chiesa, Santa e visibile “come la Repubblica di Venezia” (San Roberto Bellarmino), è oggi come Giobbe, coperta dalle piaghe di tanti figli infedeli, e tra costoro si possono annoverare tristemente alcuni membri della Chiesa docente. Ma proprio come con Giobbe, Dio impedisce al diavolo di toglierle la vita: “Il Signore disse a Satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita» (Gb 2,6). È forte oggi tra i buoni la tentazione che suona analoga alle parole della moglie di Giobbe (“Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!” Gb 2,9).
Non dobbiamo cadere in questa trappola diabolica, ma combattere la buona battaglia, strettamente uniti a quel Corpo certamente piagato, ma santo, visibile, concreto, gerarchico e vivo, quale è la nostra Santa Madre Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e Romana, nel cui seno abbiamo avuto la grazia di essere rinati, e da cui la Madonna ci conceda di non essere mai separati.
Chiedo umilmente la Sua benedizione
Sac. Alfredo Maria Morselli
Schio, 1° giugno 2026, Festa della SS. Trinità
[1] Summa theologiæ, IIIª q. 67 a. 2 ad 1: “È questo potere regale di governo del popolo fedele che costituisce il privilegio della dignità episcopale”.


