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III. È opportuno istituire nella Chiesa un episcopato “autonomo”?

Pubblichiamo la terza parte dello studio del P. Fr. Louis-Marie de Blignières F.S.V.F.P, Riflessioni sull’episcopato “autonomo”; nella prima parte l’autore ha dimostrato che l’episcopato autonomo, cioè un episcopato senza munus regendi, non è possibile; nella seconda parte ha spiegato come questa assurda pretesa è illecita; e ora ci mostra come essa è inopportuna. Alla luce di quanto l’autore ha inconfutabilmente dimostrato, possiamo purtroppo affermare che la pretesa di consacrare Vescovi contro la volontà esplicitamente espressa della Santa Sede, senza cadere in uno scisma, è una diabolica illusione.

La questione si porrebbe solo se l’episcopato “autonomo” fosse possibile e lecito. In tal caso si porrebbe opportunamente, poiché ciò che è lecito non è necessariamente provvido. Immaginiamo allora (ammesso e non concesso) che l’episcopato “autonomo” sia possibile nella Chiesa (cioè che possa essere validamente ricevuto senza costituire un “attentato gravissimo all’unità stessa della Chiesa”) e che sia lecito conferirlo. È opportuno? In altre parole, il bene della Chiesa esige che siano consacrati vescovi “autonomi” che provvedano al bene delle anime, senza esercitare alcuna giurisdizione, mediante il solo uso del loro potere di ordine, cioè confermando i fedeli e ordinando sacerdoti?

Infatti, la questione dell’opportunità può essere risolta solo in relazione al bene comune della Chiesa (che è il fine ultimo del diritto ecclesiastico) e che comprende come elementi essenziali “il culto di Dio e la salvezza eterna delle anime”[1]. A tal fine, la costituzione di un episcopato “autonomo” è certamente più utile che dannosa?

La risposta a questa domanda dipende da una certa valutazione, da un lato, della situazione attuale della Chiesa e, dall’altro, del rapporto che l’esercizio del potere di ordine (unico fine dell’episcopato “autonomo”) intratterrebbe attualmente con il bene comune della Chiesa. Questa valutazione porta a un giudizio prudenziale che, come ogni giudizio su fatti concreti, è inevitabilmente oggetto di divergenze.

In pratica, rispondo negativamente alla domanda, vale a dire che, anche se l’episcopato “autonomo” fosse possibile e lecito, sarebbe più dannoso che utile nell’attuale perseguimento del bene comune della Chiesa. Si tratta infatti di valutare il bene comune concreto della Chiesa, e quindi di tenere conto di tutti gli elementi che concorrono al raggiungimento della gloria di Dio e della salvezza delle anime nelle circostanze attuali. Queste circostanze costituiscono innegabilmente una “crisi” di eccezionale gravità. Si può caratterizzarla, molto sommariamente, dicendo che nella Chiesa si diffondono sempre più certe dottrine e certe pratiche sacramentali che sono oggettivamente contrarie o non conformi, a vari livelli, all’insegnamento irriformabile della Chiesa, con l’appoggio attivo, o almeno la tolleranza, della maggior parte dei pastori, fino ai livelli più alti[2].

Questa situazione impone ai cattolici che ne vengono a conoscenza il dovere, di diritto naturale e divino (sancito peraltro dal canone 1325 § 1 del Codice del 1917), di manifestare, secondo il proprio rango e le proprie capacità, il proprio rifiuto di tali dottrine e pratiche. Una tale situazione può rendere necessario, per il bene delle anime, un certo esercizio del potere di ordine non conforme alla lettera delle prescrizioni canoniche. Ma tale esercizio rimane legittimo nella misura in cui non ostacoli la risoluzione della crisi e non metta in pericolo l’unità della Chiesa. Poiché il punto di riferimento è sempre il bene comune della Chiesa, nella quale e per mezzo della quale siamo salvati, e alla quale dobbiamo sottometterci come parti del Corpo mistico. Rendere testimonianza all’unità, scriveva san Cipriano a Novaziano, “non è meno grande che rendere testimonianza alla fede”[3].

Di fronte a una situazione così eccezionale e dalle conseguenze così drammatiche, specialmente per la moltitudine di persone indifese di fronte alla defezione dei propri capi, il dovere che appare come fondamentale riguarda la crisi stessa. Bisogna sforzarsi di eliminarne le cause, di tornare alla normalità, evitando quindi l’applicazione di rimedi che sarebbero peggiori del male. Ebbene, questo è il caso dell’episcopato “autonomo”: esso pone un ostacolo gravissimo alla risoluzione della crisi e comporta conseguenze nefaste, peggiori dei mali che intende sanare.

Innanzitutto: un episcopato “autonomo” ostacola la tendenza di tutti i cattolici verso il superamento della situazione di crisi che la Chiesa sta attraversando. Dal punto di vista dei “tradizionalisti”, la costituzione di linee episcopali totalmente indipendenti dalla gerarchia produrrà una sorta di “sicurezza” sacramentale che costituirà un ostacolo al desiderio di un ritorno alla normalità. Perché preoccuparsi di Roma e della gerarchia, visto che abbiamo tutto qui da noi? Occorre inoltre valutare l’effetto di una siffatta misura alla luce dei vari difetti che proliferano in tutte le situazioni di crisi e di emarginazione. Tali difetti, nel caso che ci occupa, sono un dato di fatto ben noto, in particolare, ai sacerdoti tradizionali. Non si tratta di esagerare questi difetti, né di negare le grandi qualità di cui essi sono spesso il rovescio della medaglia, ma si tratta di combatterli. Un certo volontarismo dottrinale (del tutto estraneo al tomismo), un certo “sacramentalismo” individualista, talvolta un settarismo del tutto contrario allo spirito cattolico (che si concretizza, in alcuni casi, nel rifiuto dei sacramenti a chi non condivide la stessa analisi della situazione): ecco una porta spalancata a un ostinato separatismo, nei momenti difficili di un riordino. Queste piaghe non condannano, senza dubbio, i gruppi tradizionali che affliggono in misura diversa e che lottano come possono nell’attuale situazione di disordine, abbandonati e talvolta perseguitati da alcuni pastori. Ma devono far riflettere. Perché l’episcopato “autonomo”, che, che lo si voglia o no, comporta una rottura, non può che aggravarle e farne subire terribili conseguenze.

E dal lato dei “conciliari”, come stanno le cose? Ebbene, praticamente l’episcopato “autonomo” romperà ogni legame con loro. La ricezione illecita dell’episcopato è sempre stata considerata nella Chiesa come il segno di una rottura di comunione e il compimento pratico di uno scisma. L’episcopato “autonomo” renderà concretamente incoerente e psicologicamente molto difficile qualsiasi iniziativa intrapresa nei confronti dei “conciliari” per chiarire loro la situazione. Inoltre, l’efficacia della testimonianza della fede nei confronti della gerarchia sarà gravemente compromessa. Le vere questioni dottrinali e liturgiche in sospeso saranno eluse con la facile accusa: “Voi fate ciò che hanno fatto tutte le sette”.

Inoltre, l’episcopato “autonomo” rappresenta un pericolo molto grave per il mantenimento dell’unità della Chiesa, sia dal punto di vista della comunione sociale dei suoi membri sia da quello della fede stessa. Il pericolo di scisma è reale e imminente. Nel caso dell’episcopato, esso non dipende solo dalla debolezza umana, ma dalla natura stessa del potere ricevuto, che si trova in un certo senso alla confluenza delle due linee della gerarchia: quella dell’ordine e quella della giurisdizione. La storia della Chiesa mostra che, tra le centinaia di ecclesiastici che hanno ricevuto la consacrazione episcopale contro il parere della Santa Sede (episcopi vagantes), non vi è alcun esempio che non sfoci nella costituzione di una setta, che essa proclami o meno al suo interno una pseudo-autorità.

Non si vede per quale miracolo le cose potrebbero andare diversamente in un nuovo tentativo. Tanto più che nell’approccio stesso esiste una tendenza naturale a proporre spiegazioni errate sulla natura dell’episcopato, sui suoi rapporti con il Sommo Pontificato, ecc., al fine di giustificare l’episcopato “autonomo” e la sua organizzazione duratura nella situazione attuale.

I vescovi consacrati che non fanno parte dell’Ordine dei vescovi della Chiesa cattolica tenderanno a rafforzare il loro non facile status all’interno della Chiesa, man mano che si manifesteranno le inevitabili conseguenze della loro “autonomia” episcopale. Non abbiamo già visto vescovi di questo tipo invocare una “autorità di attesa”? Attribuirsi una “autorità sui fedeli che si rivolgono a loro”? Desiderare una “autorità per coordinare i vari vescovi autonomi”? Parlare infine di “ristrutturare o ricostruire la gerarchia della Chiesa”?

Conclusione

Nulla di tutto ciò è poi così sorprendente nella logica dell’episcopato “autonomo”. Questa logica comporta una rottura di fatto con la Santa Sede e con il resto del Corpo episcopale, e un pericolo immediato per l’unità della Chiesa, poiché “i vescovi sono il cemento della sua unità”[4] e l’episcopato ricevuto senza mandato è un “attentato gravissimo all’unità stessa della Chiesa”[5] (38). Una tale rottura sarebbe coerente solo con la prospettiva “sedevacantista”, che porta a una formale apostasia e alla destituzione di tutte le gerarchie della Chiesa.

In ogni altra analisi, la priorità ecclesiale rimane, insieme alla testimonianza della fede nella carità, il riferimento alla Sede Apostolica e l’impegno per il ritorno all’unità. Da qui l’urgenza della preghiera alla Madre della Chiesa, Nostra Signora, e al suo Patrono, san Giuseppe. Da qui la necessità del sacrificio a questo scopo, sull’esempio di Santa Caterina da Siena all’inizio del Grande Scisma. Da qui, infine, il lavoro teologico e le iniziative per illuminare i responsabili che soli possono raddrizzare la situazione, e in primo luogo, naturalmente, lo stesso Papa.

Ecco, quindi, le risposte che ritengo opportuno fornire sulla questione dell’episcopato “autonomo”. Molto probabilmente, esso non è possibile. Considerato il primato giurisdizionale del Pontefice Romano, non è nemmeno lecito. Infine, se si prendono in considerazione tutti gli aspetti del bene comune della Chiesa, non è opportuno.

Madre della Chiesa, prega per noi!

fr. Louis-Marie de Blignières

giugno 1987

BREVE RISPOSTA A UN’OBIEZIONE

È stato osservato che in una consacrazione senza mandato si tratta solo di trasmettere la radice ontologica della giurisdizione senza pretendere alcun esercizio del potere di governo.

Ma è proprio questo che è teologicamente inammissibile. Se un vescovo può sempre validamente trasmettere il potere di reggenza sul Corpo mistico che è legato alla consacrazione, non può farlo moralmente senza ledere l’unità della Chiesa.

Infatti, se il potere di governo sulla Chiesa universale non può essere esercitato al di fuori della comunione dei soggetti che lo detengono per diritto divino (il solo Papa e il Corpo episcopale cattolico), a maggior ragione non può essere trasmesso o ricevuto al di fuori di tale comunione.


[1] Pio XI, Lettera Ab ipsis pontificatus, 5 giugno1926, AAS XVIII, p,306.

[2] Cf.

[1] Card Ottaviani et Bacci, Breve esame critico del Novus Ordo Missæ.

[2) Abbé G. de Nantes, Liber accusationis e Liber accusationis secundus.

[3] L.-M. de Blignières e B. Lucien, Lettre à quelques évêques.

[4] Mgrs. M. Lefébvre e A. de Castro-Mayer, Manifesto episcopale del 21 novembre 1983.

[3] Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. VI, 45.

[4] S. Cipriano, Epist. 66, 8, Ed. Hartel, p.733.

[5] Cf. nota (38).