
Il separatismo non è una soluzione cattolica
Di Louis-Marie de Blignières – articolo pubblicato su Sedes Sapientiae n. 176
Le consacrazioni annunciate dalla Fraternità San Pio X contro la volontà del Papa e senza mandato della Chiesa conducono al separatismo. Certamente, nella Chiesa imperversa una crisi, ma la rottura della comunione gerarchica da parte di un gruppo non farà altro che rendere più difficile la risoluzione di tale crisi. Il cardinale Gerhard Müller ha recentemente affermato:
«A ragione, non solo la Fraternità San Pio X, ma anche gran parte dei cattolici deplorano che, con il pretesto di rinnovare la Chiesa – attraverso un processo di autosecolarizzazione –, grandi incertezze su questioni dogmatiche, se non addirittura eresie, si siano fatte strada all’interno della Chiesa. Ma anche nel corso dei 2.000 anni di storia della Chiesa, le eresie, dall’arianesimo al modernismo, sono state sconfitte solo da coloro che sono rimasti nella Chiesa e non si sono allontanati dalla linea del Papa.
Se la Fraternità San Pio X desidera avere un impatto positivo sulla storia della Chiesa, non può lottare per la vera fede dall’esterno contro la Chiesa unita al Papa, ma solo all’interno della Chiesa, insieme al Papa e a tutti i vescovi, i teologi e i fedeli ortodossi. Altrimenti, la sua protesta rimarrà senza effetto e sarà persino strumentalizzata con disprezzo da gruppi eretici per accusare i cattolici ortodossi di tradizionalismo sterile e di fondamentalismo ottuso»[1].
A seguito di un incontro, il 12 febbraio 2026, con don Davide Pagliarani, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X [FSSPX], il cardinale Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede [DDF], ha pubblicato un comunicato in cui propone un «percorso di dialogo specificamente teologico», con la condizione preliminare di «sospendere la decisione relativa alle ordinazioni episcopali che sono state annunciate» [da parte della FSSPX il 2 febbraio]. Egli «ricorda a nome della Santa Sede» che «l’ordinazione di vescovi senza mandato del Santo Padre […] comporterebbe una rottura decisiva della comunione ecclesiale (scisma)».
Don Davide Pagliarani, dopo aver consultato il proprio Consiglio, ha risposto al Prefetto del DDF con una lunga lettera datata Mercoledì delle Ceneri, nella quale conferma l’intenzione di far consacrare nuovi vescovi il 1° luglio 2026. Eccone due estratti:
Sappiamo entrambi fin dall’inizio che non possiamo trovare un accordo sul piano dottrinale, in particolare per quanto riguarda gli orientamenti fondamentali adottati a partire dal Concilio Vaticano II. Questo disaccordo, da parte della Fraternità, non è una semplice divergenza di opinioni, ma un vero e proprio caso di coscienza, nato da quella che si rivela una rottura con la Tradizione della Chiesa. […]
D’altra parte, non ci sembra possibile avviare un dialogo per definire quali sarebbero i requisiti minimi necessari alla comunione ecclesiale, semplicemente perché questo compito non spetta a noi. Nel corso dei secoli, i criteri di appartenenza alla Chiesa sono stati stabiliti e definiti dal Magistero. Ciò che era necessario credere per essere cattolici è sempre stato insegnato con autorità, in costante fedeltà alla Tradizione.
La Fraternità San Pio X, il Concilio e il periodo post-conciliare
La FSSPX ritiene che «gli orientamenti fondamentali adottati a partire dal Concilio Vaticano II» costituiscano «una rottura con la Tradizione della Chiesa». Occorre tuttavia fare una distinzione.
Alcuni atti di Giovanni Paolo II, come l’incontro di Assisi[2], sollevano infatti problemi reali e gravi di continuità. Alcuni atti o dichiarazioni di Papa Francesco hanno avuto conseguenze drammatiche sul popolo cristiano, per quanto riguarda l’esattezza della dottrina e la rettitudine dell’agire morale. Le controversie scatenate da Amoris laetitia[3], Traditionis custodes[4], Fiducia supplicans[5] testimoniano queste gravi carenze, così come la salute del sensus fidei dei prelati e del popolo cristiano che hanno reagito. Sotto l’attuale pontificato, Mater populi fidelis[6] ha presentato alcune carenze che hanno giustamente turbato il senso mariano dei cristiani.
Il breve elenco dei documenti fornito dall’abate Pagliarani (Redemptor hominis, Ut unum sint, Evangelii gaudium e Amoris laetitia) tralascia tuttavia numerosi documenti importanti che chiariscono o rettificano punti discutibili. Citiamo il Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC] e Caritas in veritate, che offrono un’interpretazione tradizionale della libertà religiosa; Veritatis splendor, contro il relativismo; Ordinatio sacerdotalis, sul fatto che la Chiesa non ha il potere di ordinare le donne; Evangelium vitæ, sulla difesa della vita e della santità del matrimonio; Ad tuendam fidem, sui gradi di autorità del magistero; Fides et ratio, sull’importanza della ragione e sul ruolo della filosofia realista nella Chiesa; Dominus Jesus, contro gli errori sulla mediazione di Cristo, sulle religioni non cristiane e sull’ecumenismo.
Nella lettera di padre Pagliarani non si parla dei testi stessi del Concilio, ma del periodo post-conciliare: «gli orientamenti fondamentali adottati a partire dal Concilio Vaticano II». Per quanto riguarda l’interpretazione del Concilio stesso, afferma l’abate Pagliarani, «questa è già chiaramente fornita nel periodo post-conciliare e nei successivi documenti della Santa Sede».
Ma la FSSPX offre una lettura parziale, come abbiamo rilevato, del periodo post-conciliare. Inoltre, la FSSPX mette in primo piano atti e dichiarazioni, alcuni dei quali oggettivamente scandalosi (come la Pachamama[7] e il discorso di Abu Dhabi[8]), come se avessero l’autorità di interpretazioni ufficiali, mentre scarta o critica i veri testi interpretativi come il CCC o la Veritatis splendor.
Criteri di appartenenza alla Chiesa?
Per la FSSPX, oggi, è inutile proseguire il lavoro con il DDF: la questione è chiusa. Senza fornire spiegazioni ufficiali convincenti sulla «rottura» del Concilio (in sé) con la Tradizione, la FSSPX afferma tale rottura sulla base della sua lettura parziale del periodo post-conciliare. Il punto nevralgico (la rottura in materia di fede) viene affermato come una petito principium, ma non viene mai dimostrato.
La FSSPX non tiene conto delle distinzioni richiamate dal DDF tra ciò che rientra «nell’atto di fede» e ciò che richiede un «assenso religioso dell’intelletto e della volontà». Il DDF distingue i «vari gradi di adesione richiesti dai vari testi del Concilio». Ciò significa che è possibile accettarli come atti del magistero, senza tuttavia precludersi, quando non rientrano nell’infallibilità, la possibilità di rilevarvi delle debolezze o delle carenze.
La FSSPX sottolinea a ragione che «i criteri di appartenenza alla Chiesa sono stati stabiliti e definiti dal magistero». Essa menziona «ciò che doveva essere creduto obbligatoriamente per essere cattolici», ma non il magistero ordinario, e sembra ridurre l’adesione al magistero a ciò che riguarda la fede[9]. Tralascia inoltre gli altri due criteri: la sottomissione alla gerarchia e la partecipazione ai sacramenti. «La Chiesa cattolica – insegna il Catechismo di San Pio X – è la società o l’unione di tutti i battezzati che, vivendo sulla terra, professano la stessa fede e la stessa legge di Gesù Cristo, partecipano agli stessi sacramenti e obbediscono ai pastori legittimi, principalmente al Pontefice Romano»[10].
Vaticano II: diversi gradi di adesione
Occorre infatti sottolineare «la distinzione tra l’accoglienza globale del Vaticano II come atto del magistero, con la ricezione differenziata di ciascun punto (cosa che è richiesta), e un’adesione assoluta a tutte e ciascuna delle proposizioni (cosa che non può essere esigita)»[11].
La FSSPX può riconoscere il carattere magisteriale del Concilio Vaticano II, aderendo a ciascuna proposta in base al diverso grado di autorità che essa comporta. Ciò implica, salva reverentia, una certa libertà di valutazione per le numerosissime considerazioni pastorali e disciplinari presenti nel testo del Concilio Vaticano II. Una lettura del Concilio alla luce della Tradizione non implica alcuna adesione a dottrine errate.
La posizione iniziale di Mons. Lefebvre
Del resto, né Mons. Lefebvre né Mons. de Castro Mayer hanno affermato una «rottura» del Concilio stesso con la Tradizione, rottura sulla quale la FSSPX si basa per ritenere di avere il diritto di creare «un episcopato veramente cattolico e immune dagli errori del Concilio Vaticano II»[12], al fine di salvaguardare la Tradizione. Questi due vescovi hanno firmato tutti gli Atti del Concilio, compresi i testi che hanno contestato durante i dibattiti conciliari (come la Dichiarazione sulla libertà religiosa[13]). Ciò non si spiega se i testi definitivi insegnassero formalmente eresie o gravi errori, ma si spiega invece molto bene con il fatto che alcuni dei testi erano deboli e carenti sotto certi aspetti, ma non eretici.
Inoltre, Mons. Lefebvre, dal 1965 al 1974, non protestò pubblicamente contro gli «errori del Concilio»[14]. Nel 1966, fornì una lunga e molto positiva spiegazione della Presbyterorum ordinis ai suoi religiosi spiritani[15].
Il 18 novembre 1978, ricevuto da Giovanni Paolo II, si dichiarò «pronto ad accettare il Concilio letto alla luce della Tradizione»[16]. Ha inoltre firmato con il cardinale Ratzinger il Protocollo d’intesa del 5 maggio 1988, che prevede precisamente, al punto numero due, l’accettazione differenziata dei testi magisteriali, secondo i gradi di adesione formulati da Lumen gentium. È utile riportare integralmente la «Parte dottrinale» di tale Protocollo:
Io, Marcel Lefebvre, arcivescovo-vescovo emerito di Tulle, insieme ai membri della Fraternità sacerdotale San Pio X da me fondata:
1) Promettiamo di essere sempre fedeli alla Chiesa cattolica e al Pontefice romano, suo Pastore Supremo, Vicario di Cristo, Successore del Beato Pietro nel suo primato e Capo del corpo dei vescovi.
2) Dichiariamo di accettare la dottrina contenuta nel n. 25 della Costituzione dogmatica «Lumen gentium» del Concilio Vaticano II sul magistero ecclesiastico e l’adesione che gli è dovuta.
3) Per quanto riguarda alcuni punti insegnati dal Concilio Vaticano II o relativi alle successive riforme della liturgia e del diritto, che ci sembrano difficilmente conciliabili con la Tradizione, ci impegniamo ad assumere un atteggiamento positivo di studio e di dialogo con la Sede Apostolica, evitando ogni polemica.
4) Dichiariamo inoltre di riconoscere la validità del Sacrificio della Messa e dei sacramenti celebrati con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa e secondo i riti indicati nelle edizioni tipiche del Messale Romano e dei rituali dei sacramenti promulgati dai papi Paolo VI e Giovanni Paolo II.
5) Infine, promettiamo di rispettare la disciplina comune della Chiesa e le leggi ecclesiastiche, specialmente quelle contenute nel Codice di Diritto Canonico promulgato da papa Giovanni Paolo II, fatta salva la disciplina speciale concessa alla Fraternità da una legge particolare.
Il punto (3) dimostra che la proposta di san Giovanni Paolo II era ragionevole e accettabile per i tradizionalisti. Dalla firma di questo Protocollo, due documenti del Magistero confermano l’importanza di questo punto. Nel 1990, la Congregazione per la Dottrina della Fede affermava che, nel campo degli interventi di ordine prudenziale, è capitato che documenti magisteriali non fossero esenti da carenze […]. È dovere del teologo segnalare alle autorità magisteriali i problemi sollevati da un insegnamento [magisteriale non irriformabile] in sé stesso, nelle giustificazioni che ne vengono proposte o ancora nel modo in cui viene presentato[17].
Nel 1993, Giovanni Paolo II, in Veritatis splendor, riconosce «gli eventuali limiti delle dimostrazioni umane presentate dal Magistero»[18].
La posizione dei primi tradizionalisti
Anche i sacerdoti e i laici che diedero origine al movimento tradizionalista, nella loro grande maggioranza[19], «accettarono il Concilio», pur rilevando che alcune formulazioni potevano favorire l’errore. Così il teologo di mons. Lefebvre al Concilio, don Victor-Alain Berto, scriveva all’abate Georges de Nantes che il Concilio «si riassume ora nei documenti promulgati, non ne rimane altro. […] Gli atti promulgati dal Concilio […] possono ricevere un’interpretazione corretta, compatibile con gli Atti dei concili precedenti o dei Pontefici romani che agivano al di fuori del contesto conciliare»[20].
Lo stesso padre Calmel, estremamente critico nei confronti del Vaticano II, afferma che, sebbene il Concilio contenga alcuni testi che possono «essere interpretati in senso contrario alla fede», essi non possono «essere tacciati di proposizioni apertamente eretiche»[21].
Jean Madiran scriveva, nel numero di Itinéraires successivo alla chiusura del Concilio:
«Accogliamo le decisioni del Concilio in conformità con le decisioni dei concili precedenti. […] Accogliamo le decisioni del Concilio preoccupandoci di conoscere la nota teologica che si addice a ciascuna di esse»[22].
Madiran ribadisce, ventotto anni dopo:
Quando, alla fine del 1965, il Concilio Vaticano II si sciolse, dopo che tutti i suoi testi erano stati votati o almeno firmati da mons. Lefebvre, la rivista Itinéraires enunciò il principio di accoglierli interpretandoli nello spirito e alla luce degli insegnamenti precedenti del magistero. Se questo o quel testo dovesse apparire, come può accadere a qualsiasi parola umana, suscettibile di diverse interpretazioni, riteniamo che l’interpretazione corretta sia stabilita proprio in conformità con i concili precedenti e con l’insieme dell’insegnamento del magistero[23].
Notiamo che Madiran risponde qui in anticipo a un’obiezione formulata da alcuni tradizionalisti piuttosto ignoranti della storia della Chiesa: «Un testo del magistero non deve mai essere interpretato».
A titolo di esempio, nel 1875 i vescovi tedeschi dovettero redigere una lunga dichiarazione comune, successivamente approvata da Pio IX, per smentire l’errata interpretazione di Bismarck sulla dottrina del Vaticano I riguardante la giurisdizione del Papa e per fornire l’interpretazione corretta[24].
In seguito alla pubblicazione dell’enciclica Veritatis splendor del 6 agosto 1993, Madiran riterrà che «se l’enciclica cita e ripropone il Concilio, è per rettificarne l’interpretazione alla luce e nella continuità della Tradizione. […] I cinquantotto passaggi del Vaticano II, così come sono citati e interpretati dall’enciclica, non suscitano più alcun dubium»[25].
Louis Salleron scrive nel 1980:
“In quanto concilio pastorale, il Vaticano II non solleva particolari difficoltà se lo si interpreta secondo le norme che esso stesso ha richiamato e che abbiamo menzionato sopra[26]. D’altra parte, Giovanni Paolo II si è espresso al riguardo in numerose occasioni, in particolare durante il suo viaggio in Francia. Dal suo discorso ai nostri vescovi, il 1° giugno 1980, riportiamo alcuni passaggi: […] «accettare l’interpretazione autentica del Concilio – poiché è questa la questione di fondo…»”[27].
Notiamo inoltre che la ragione addotta da mons. Lefebvre, quando alla fine denunciò l’accordo del 5 maggio 1988, ritirando la propria firma il 6 maggio, fu, secondo la sua stessa ammissione, una perdita di fiducia nell’autorità. In quell’occasione, egli non affermò che il Concilio fosse di per sé assolutamente inaccettabile.
Quali sono gli «errori del Concilio» secondo la FSSPX?
La FSSPX, e alcuni dei suoi simpatizzanti, sostengono tuttavia da trentotto anni che il Concilio «abbia insegnato degli errori», senza però dimostrarlo in modo rigoroso. Si tratta però di una questione gravissima, poiché si accusa lo stesso magistero di errare formalmente nella fede. È quindi necessario fornire prove sufficienti di un errore formale, oppure limitarsi a denunciarne l’equivoco o la debolezza.
D’altra parte, con il pretesto di denunciare gli errori, alcuni sacerdoti della FSSPX si lanciano in attacchi aggressivi e spesso irrispettosi contro il magistero. L’eccessività dell’attacco, unita a interpretazioni spesso tendenziose e sempre sfavorevoli al Magistero – anche quando esso ribadisce la dottrina classica –, nuoce alla causa che la FSSPX intende difendere.
Facciamo un esempio tra i tanti, che risale a diversi anni fa. In un opuscolo critico, la FSSPX ha sostenuto che il Catechismo della Chiesa Cattolica [CCC] «è l’esposizione della fede modernista della Chiesa conciliare», che «la fede che esso propone non è la fede cattolica, poiché è una fede macchiata di errori, di eresie, persino di bestemmie»[28]. Gli autori dell’opuscolo faticano tuttavia a specificare in cosa consistano esattamente queste eresie o queste bestemmie. Nella «analisi critica» che ne fanno, abbondano le confusioni. Esse si basano talvolta su una sorprendente ignoranza, sia di ciò che insegnano il CCC e il Concilio Vaticano II, sia della dottrina tradizionale.
Anzi, gli autori dell’opuscolo contro il CCC, reagendo contro errori – purtroppo molto diffusi – sulla dignità dell’uomo o sulla confusione tra ordine naturale e soprannaturale, cadono in un eccesso opposto. Arrivano così a distorcere la vera dottrina e a sminuire falsamente la grandezza dell’uomo, l’opera della grazia al di fuori dei confini della Chiesa visibile, gli elementi di bontà e di verità contenuti nelle varie religioni. Così, don Simoulin sostiene che «la nostra perfezione e la nostra dignità non consistono nell’essere liberi» (p. 27) e favorisce l’errore giansenista affermando che è falso dire che Dio «non deve rifiutare la sua grazia a nessuno» (p. 50). Don Lorans (pp. 69-70) fornisce un presunto esempio di modernismo con il n. 1701, articolo 1, del CCC, che ha come titolo l’affermazione: «L’uomo, immagine di Dio», affermazione che si trova tuttavia testualmente in san Tommaso d’Aquino[29]. Don Marcille, a proposito del n. 2516 del CCC, scrive che «si distorce il testo di san Paolo, il quale dice esattamente: tutte le opere della natura sono contaminate di per sé»[30] (p. 78).
La denigrazione di ciò che c’è di buono nel periodo postconciliare
Quando il Magistero si è pronunciato fornendo un’interpretazione corretta di testi discutibili, i responsabili della FSSPX non ne tengono necessariamente conto e talvolta ritengono che si tratti di manovre di strumentalizzazione… che rendono tali testi ancora più pericolosi. Così, il Catechismo della Chiesa Cattolica sarebbe particolarmente pericoloso, poiché sarebbe come un piatto appetitoso che contiene un veleno pericoloso. Più sembra buono, più bisogna diffidarne: «Ora il catechismo inocula il veleno nella mente stessa dei fedeli in modo piacevole e facile»[31].
Mons. Tissier de Mallerais, nel 1994, in un’ottica radicalmente opposta alla lettura molto positiva che Madiran dava di Veritatis splendor, parla di una «rottura dell’enciclica con il magistero dei papi preconciliari [consistente] nel liberalismo e nel modernismo che quegli stessi papi hanno condannato»[32]. Tra le altre critiche, egli ritiene che Veritatis splendor offra del mistero dell’incarnazione una «reinterpretazione antropocentrica, naturalista e trascendentale». Crede di individuare nell’enciclica un «antropocentrismo autolatrico», con un’«immagine distorta dell’uomo» e una «gnosi modernista»; e invita «a distanziarsi da questo tentativo di fusione tra tomismo e idealismo kantiano». Ritiene che l’enciclica sarebbe meglio intitolata «Seductionis splendor»[33].
Mons. Bernard Fellay, nel 2001, si mostrava molto reticente nei confronti di Dominus Jesus.
[Domanda] È comunque una «parola chiara», no?
– No. Nel testo ci sono cose chiare, ed è proprio contro di esse che i «progressisti» hanno reagito. Ma le formulazioni estremamente forti, a cui non eravamo più abituati e che mi hanno fatto piacere, sono mitigate quasi in ogni frase da riferimenti al Concilio.
[Domanda] Queste formulazioni sono per lei un segno che Roma si sta avvicinando progressivamente alle vostre posizioni?
– Non ne sono sicuro, proprio a causa di questa commistione. Si ha davvero l’impressione che Roma, per mantenere l’unità nella Chiesa, sia costretta a conciliare le due cose[34].
La FSSPX è l’unica a denunciare gli errori?
Per giustificare le consacrazioni annunciate, la FSSPX e i suoi simpatizzanti sostengono anche che «solo la FSSPX denuncia gli errori». Non è vero. Si segnalino in particolare i cardinali Brandmüller, Burke, Caffara, Müller, Sarah e Zen; i vescovi Schneider, Mutsaerts ed Eijk e, per quanto riguarda Fiducia supplicans, l’intero episcopato africano, che hanno fermamente denunciato alcune dichiarazioni di Papa Francesco.
I sacerdoti e i fedeli degli Istituti ex Ecclesia Dei (e altri sacerdoti) denunciano gli errori. Lo fanno piuttosto in articoli argomentati che con affermazioni categoriche dal pulpito. E si sforzano di mantenere il tono che si addice a teologi o a laici colti che si rivolgono alle autorità della Chiesa, come i figli si rivolgono al proprio padre, con «la riverenza dovuta ai pastori», secondo la raccomandazione dello stesso diritto canonico[35].
Questa lotta contro gli errori la conducono in modo più completo rispetto alla FSSPX. Su un punto essenziale, il movimento ex-Ecclesia Dei non mutila la tradizione, come invece fanno la FSSPX e i fedeli o le comunità che la seguono. Vi è infatti una parte fondamentale della tradizione cattolica che non viene più onorata nella posizione e nell’azione di questi ultimi: l’unione con la gerarchia cattolica. La lotta del movimento ex-Ecclesia Dei tiene insieme due elementi inscindibili: la continuità nel tempo di ciò che proviene (in materia di dottrina e sacramenti) dagli apostoli, e l’unione con i loro successori.
Su questo punto, respingo l’accusa di «silenzio» che talvolta ci viene mossa. Solo per quanto riguarda la rivista Sedes Sapientiæ, segnalo alcuni contributi critici sulla riforma liturgica (nn. 40, 45, 49, 56, 84, 93, 107, 158, 163, 167), sulla vita religiosa nel Codice di diritto canonico (n. 49), sul pseudo-obbligo della concelebrazione (nn. 68, 113, 158, 159, 172, 174), sul pentimento (nn. 74, 80 e 100), su Assisi (n. 80), su Amoris laetitia (nn. 136, 137, 140, 166), su Cor orans (n. 149), su Traditionis custodes (nn. 159, 160, 167), sull’omosessualità (n. 165), sulla concezione moderna del diritto (nn. 163, 167, 171), sul testo del DDF sulla corredenzione (n. 174).
Anche alcuni pubblicisti o personalità laiche che non hanno accettato le consacrazioni del 1988 – in particolare Jean Madiran e Bernard Antony – sono rimasti molto attivi nell’ambito della controversia dottrinale. Basta leggere ciò che Madiran scriveva su Itinéraires, poi su Présent, fino alla sua morte nel 2013, e ciò che Antony ha scritto sulle riviste o sui siti in cui si è espresso dal 1988 ad oggi per convincersene.
L’argomentazione: «Bisogna celebrare le consacrazioni per denunciare gli errori, perché solo la FSSPX lo fa» è quindi falsa. Purtroppo capita che alcuni responsabili della FSSPX affermino in questo ambito delle falsità. In convegni pubblici o dalla cattedra, sostengono, ad esempio, che i Superiori dell’Ecclesia Dei avrebbero tutti concelebrato nel nuovo rito, o che non avrebbero reagito al recente documento del DDF sulla corredenzione. Ma non pubblicano alcuna rettifica dopo essere stati informati del loro errore.
Qual è la credibilità delle denunce della Fraternità San Pio X?
Certo, la FSSPX denuncia degli errori, ma è sempre credibile quando lo fa, essendosi separata e messa al riparo da ogni controllo? L’eccessività delle affermazioni, talvolta palese, non depone a favore della loro obiettività. Neppure l’argomentazione è sempre convincente, dato che la FSSPX è in un crescendo di critiche nei confronti della gerarchia e dà l’impressione di esagerare, al fine di giustificare la propria separazione.
Colpisce il carattere talvolta semplicistico e univoco dell’argomentazione dei sacerdoti e dei simpatizzanti della FSSPX, il passaggio dal ragionamento teologico alla retorica – la Chiesa è una nave che affonda o una casa in fiamme, i «buoni» insegnamenti postconciliari sono in realtà dolci avvelenati –, e talvolta dall’arroganza del tono. È piuttosto deplorevole per persone che si definiscono cattoliche e che si rivolgono alla gerarchia della Chiesa. Facciamo un esempio recente tratto da un testo di don Jean-Michel Gleize, teologo influente e quasi ufficiale della FSSPX:
In tutta verità, vi è: 1° un’autorità gravemente carente a Roma, al punto da scandalizzare gravemente le anime; […] Tutta la questione sta nel sapere se si ammette il punto 1°. Se non lo si ammette, se la Nuova Messa non è un cespuglio pieno di rettili velenosi, se il Concilio Vaticano II non mette in pericolo la fede, se la libertà religiosa non è contraria agli insegnamenti di Pio IX, se l’ecumenismo non mette in discussione il dogma dell’unicità del valore salvifico della Chiesa cattolica, se la collegialità non mette in discussione il dogma dell’unicità del soggetto del Primato, allora «va tutto bene» e il Superiore Generale è un delirante e con lui tutta la Fraternità [36].
Questo testo manifesta una visione binaria. Per don Gleize, o il magistero è eretico (il Vaticano II è pieno di errori contrari alla fede, la liturgia riformata è piena di «rettili velenosi» [sic!]), oppure non c’è alcuna crisi nella Chiesa (va tutto bene). Non c’è via di mezzo.
Ma la realtà è più sfumata. Se volessimo delineare a grandi linee questa grave crisi che la Chiesa attraversa da sessant’anni, senza compiacimenti ma senza esagerare, potremmo individuare tre punti.
- C’è una certa debolezza negli Atti del Concilio Vaticano II, come spiega l’abate Berto nella sua lettera all’abate di Nantes citata sopra. E ci sono ambiguità su alcuni passaggi[37], che il movimento progressista ha sfruttato per diffondere errori nella Chiesa.
- Per lunghi anni la gerarchia si è dimostrata troppo debole per fermare questo movimento sovversivo, non ha quasi incoraggiato coloro che si sforzavano di arginarlo[38], e in alcuni casi li ha persino duramente combattuti.
- La riforma della liturgia, con le sue carenze (sebbene i sacramenti siano validi e quindi di per sé santificanti), ha contribuito a destabilizzare la vita cristiana dei fedeli.
Giudicare l’albero dai suoi frutti?
Infine, il criterio, avanzato da alcuni responsabili o simpatizzanti della FSSPX, di «giudicare un albero dai suoi frutti», viene applicato a volte in modo grossolano. «Ci sono tantissimi bambini e famiglie nelle nostre assemblee, abbiamo molte vocazioni e apriamo regolarmente nuovi luoghi di culto». Sì, ma l’argomento non depone a favore della sola FSSPX, poiché lo stesso vale anche per gli ex Ecclesia Dei, così come per diversi istituti «non tradizionalisti» che stanno vivendo un fiorire di vocazioni… Si osserva inoltre un vero dinamismo tra gli ortodossi[39] e tra i cristiani evangelici. Ciò non basta per affermare che questi alberi siano buoni sotto ogni punto di vista.
Questo criterio viene inoltre utilizzato in modo selettivo, poiché bisognerebbe tenere conto di tutti i frutti, sia quelli buoni che quelli cattivi.
La divisione del movimento tradizionalista, ad esempio, è anch’essa un frutto delle consacrazioni del 1988. Se mons. Lefebvre, invece di consacrare illegalmente, avesse perseverato nell’accordo firmato, oggi avremmo vescovi tradizionalisti in regola.
Probabilmente, la diffusione delle pedagogie tradizionali della fede sarebbe stata rafforzata nelle strutture visibili della Chiesa, acquisendo legittimità e sostegno, invece di essere in parte relegata all’esterno. La crisi non sarebbe stata così combattuta in modo più efficace? Mons. Richard Williamson e la dozzina di vescovi da lui consacrati sono anch’essi un frutto delle consacrazioni del 1988.
Consacrando dei vescovi il 1° luglio 2026, la FSSPX correrà il rischio di vedere nascere nuove linee episcopali sempre più «selvagge», come è storicamente accaduto in tutti i casi di consacrazioni al di fuori e contro la gerarchia cattolica.
Le colpe della gerarchia
Dalle consacrazioni del 1988 a quelle del 2026, la Santa Sede, in diverse occasioni, ha cercato di affrontare, sotto i papi che si sono succeduti, la dissidenza che si andava consolidando nel tempo. Ha proposto incontri ai responsabili della FSSPX, in particolare nel 2001, poi nel 2010-2012 a monsignor Fellay e, più recentemente (troppo tardi), all’abate Pagliarani. Ci sono diverse ragioni per il fallimento di queste proposte. Ne ho citate alcune sopra, a carico della FSSPX.
Ma è giusto menzionare un altro motivo importante di questi fallimenti, in cui le responsabilità, a mio avviso, ricadono sulla gerarchia: la perdita di fiducia.
Innanzitutto, nonostante i lodevoli sforzi di diversi cardinali presidenti di Ecclesia Dei, la Santa Sede non è riuscita a far rispettare ai vescovi, quando questi erano restii (come spesso è accaduto in Francia), le disposizioni previste dal motu proprio Ecclesia Dei del 2 luglio 1988 per i «fedeli cattolici che si sentono legati a certe forme liturgiche e disciplinari precedenti della tradizione latina»[40].
Così Mons. Fellay affermava nel 2001: «È necessario che i fedeli che desiderano seguire la Messa tradizionale possano farlo senza subire vessazioni. La soluzione concessa alla Fraternità di San Pietro è insostenibile: si lascia che siano i vescovi locali a decidere tutto, essi che sono per lo più radicalmente contrari alla tradizione»[41].
Neppure la Santa Sede ha dato piena attuazione a quanto legittimamente richiesto affinché il motu proprio fosse efficacemente applicato. Ad esempio, l’ordinazione di vescovi provenienti dalle file del movimento, richiesta dagli Istituti[42] e i fedeli[43], non è stata attuata. Eppure, avrebbe costituito un argomento di credibilità di grande peso per la FSSPX.
D’altra parte, durante una grave crisi interna che minacciava l’identità della Fraternità San Pietro (1998-2006), quest’ultima non ha ricevuto dalla Santa Sede la protezione che aveva il diritto di aspettarsi, mentre gli elementi di disturbo venivano incoraggiati. Ciò ha generato nei responsabili della FSSPX una comprensibile diffidenza nei confronti delle promesse che venivano loro fatte.
È normale provare diffidenza vedendo ciò che sta accadendo, […] vedendo ciò che è appena successo alla Fraternità San Pietro. Ci si può legittimamente chiedere se non si tratti di una trappola per dividerci, per creare, ad esempio, una discordia tra coloro che vorrebbero accettare questa o quella proposta romana e coloro che non vorrebbero farlo. È quindi evidente che ci sia diffidenza, non può essere altrimenti[44].
Successivamente, nel 2021, il motu proprio Traditionis custodes, che sanciva giuridicamente la scomparsa dei riti antichi nella Chiesa, ha alimentato in modo sostanziale la diffidenza all’interno della FSSPX e il rifiuto di ogni tentativo di riavvicinamento con la Santa Sede.
D’altra parte, nei negoziati con mons. Fellay e poi con l’abate Pagliarani, il fatto di non essersi attenuti ai termini del Protocollo del 5 maggio 1988, è stato gravemente improvvido.
Certo, c’era stata una «escalation anti-Vaticano II» da parte della FSSPX, che spiegava in parte il timore della Santa Sede, ma il testo del Protocollo offriva l’unica garanzia accettabile per la FSSPX. Nel 2012 la FSSPX ebbe l’impressione che quel testo fosse considerato superato e che la Santa Sede richiedesse un allineamento completo agli elementi nuovi che proprio a lei ponevano un problema.
Nel 2026, le proposte del DDF erano più ampie, ma erano state formulate, dopo diversi anni di silenzio, in vista dell’annuncio delle consacrazioni e la fiducia era venuta meno.
Come mi diceva il cardinale Ratzinger nel 1988, in caso di scisma le responsabilità sono purtroppo condivise.
Salvare la tradizione?
Se le mancanze della gerarchia sono ben reali, ciò giustifica forse l’affermazione secondo cui «la Tradizione» può essere concretamente mantenuta e vissuta solo al di fuor idella gerarchia cattolica? No, sarebbe una posizione fondamentalmente non tradizionale e, in definitiva, non cattolica. Non si salva la tradizione con mezzi anti-tradizionali, come aveva osservato a suo tempo Jean Madiran.
«Non ho una dottrina personale», diceva mons. Lefebvre. «Per tutta la vita mi sono attenuto a ciò che mi è stato insegnato sui banchi del seminario francese di Roma. Non ho inventato nulla di nuovo. Non possiamo sbagliare se ci atteniamo a ciò che la Chiesa ha insegnato per duemila anni. Faccio ciò che i vescovi hanno fatto per secoli e secoli, non ho fatto altro».
Ma ecco che proprio Mons. Lefebvre, il 30 giugno 1988, fa qualcos’altro; fa qualcosa di nuovo: consacra dei vescovi contro la volontà espressamente notificata dal Papa. Questa volta non si può dire che i vescovi abbiano fatto ciò per secoli e secoli. La Chiesa non ha mai insegnato, né nel corso di duemila anni, né sui banchi del seminario francese di Roma, che si possa ignorare un divieto formale del Sommo Pontefice riguardante la consacrazione di nuovi vescovi.
Per quanto riguarda questo atto, ecco che la garanzia di attenersi a ciò che la Chiesa ha sempre fatto è appena venuta meno. Mons. Lefebvre è uscito dall’ambito in cui «non possiamo sbagliare»[45].
Concludiamo meditando sui bellissimi rimproveri rivolti da un padre della Chiesa primitiva a un fautore dello scisma: «Bisognava infatti sopportare ogni cosa piuttosto che lacerare la Chiesa di Dio – scriveva san Dionigi di Alessandria a Novaziano – e non è più glorioso rendere testimonianza per non adorare gli idoli che per non provocare uno scisma; questo, a mio avviso, è ancora più grande; poiché nel primo caso si è martiri solo per la propria anima, mentre nell’altro lo si è per tutta la Chiesa»[46].
[1] Dichiarazione del cardinale Müller, 21 febbraio 2026, https://www.kath.net/news/89675.
[2] Cfr. L.-M. de Blignières, « Réflexions sur Assise», Sedes Sapientiæ, n. 80, estate 2002, pp. 7-38.
[3] L.-M. de Blignières, « À propos d’Amoris lætitia », Sedes Sapientiæ, n° 136, giugno 2016, pp. 15-33 ; Vincentius, «L’imputabilité du péché mortel dans l’exhortation apostolique Amoris lætitia», Sedes Sapientiæ, n° 137, settembre 2016, pp. 83-105; Vincentius, « La communion des “divorcés remariés” : une révolution pastorale ? », Sedes Sapientiæ, n° 140, giugno 2017, pp. 39-64.
[4] Cf. R.-M. Rivoire, «Le motu proprio Traditionis custodes à l’épreuve de la rationalité juridique», Sedes Sapientiæ, n° 160, juin 2022, pp. 61-73.
[5] Cf. Emmanuel Perrier, «Fiducia supplicans ace au sens de la foi», Revue thomiste, https://revuethomiste.fr/contenu-editorial/chroniques/lumieres-et-grains-de-sel/fiducia-supplicans-face-au-sens-de-la-foi.
[6] Cf. L.-M. de Blignières, « À propos de Mater Populi fidelis », Sedes Sapientiæ, n° 174, décembre 2025, pp. 3-10.
[7] Des statuettes de la Pachamama, la «déesse-terre» des Andins, ont été déposées et vénérées devant le pape dans les jardins du Vatican, puis installées dans une église voisine, lors des célébrations du Synode, en octobre 2019.
[8] Dichiarazione firmata ad Abu Dhabi da Papa Francesco e Ahmad Al-Tayyeb, gran imam della moschea di Al-Azhar, il 4 febbraio 2019, in cui si afferma in particolare: «Il pluralismo e le diversità di religione, colore, sesso, razza e lingua sono una saggia volontà divina, attraverso la quale Dio ha creato gli esseri umani». Ma la «diversità delle religioni» non può in alcun caso essere oggetto della volontà positiva di Dio, che ha rivelato un’unica via di salvezza: Cristo e la Chiesa cattolica da Lui istituita.
[9] Contrariamente alla dottrina tradizionale ribadita da Pio XII nell’Enciclica Humani generis del 12 agosto 1950: «Non si deve pensare che quanto viene proposto nelle lettere encicliche non richieda di per sé l’assenso, con il pretesto che i Papi non vi esercitino il potere supremo del loro magistero. È infatti proprio al magistero ordinario che appartiene questo insegnamento. […] Se, nei loro atti, i Sommi Pontefici esprimono intenzionalmente un giudizio su una questione fino ad allora controversa, risulta quindi evidente a tutti che, conformemente allo spirito e alla volontà di questi stessi Pontefici, tale questione non può più essere considerata una questione libera tra teologi». (AAS, vol. XXXXII, p. 568).
[10] Catechismo di san Pio X, Prima parte, capitolo 10, paragrafo 2.
[11] Bernard Lucien, «L’autorité magistérielle de Vatican II», Sedes Sapientiæ, n. 119, marzo 2012, p. 7. Questo studio fu all’epoca lodato dalla Commissione pontificia Ecclesia Dei e apprezzato da mons. Bernard Fellay, allora Superiore generale della FSSPX.
[12] Abbé Gleize, « Le sacres du 1er juillet 2026», La Porte Latine, 11 febbraio 2026.
[13] Cf. La Rédaction, « Mgr Lefebvre a-t-il accepté la liberté religieuse », Sedes Sapientiæ, n° 31, inverno 1990, pp. 41-45 ; «La signature de Mgr Lefebvre au concile Vatican II», n° 35, inverno 1991, pp. 33-45. Il biografo ufficiale di Mons. Lefebvre ha riconosciuto l’esattezza di quanto da noi affermato; cf. Mgr Bernard Tissier de Mallerais, Marcel Lefebvre. Une vie, Clovis, 2002, pp. 331-334.
[14] Fu solo nel 1976 che uscì il libricino J’accuse le Concile!, per le edizioni Saint-Gabriel, in Svizzera.
[15] Mgr Bernard Tissier de Mallerais, op. cit., pp. 352-353.
[16] Mgr Bernard Tissier de Mallerais, op. cit., pp. 536-537.
[17] Istruzione Donum Veritatis del 24 maggio 1990, nn. 24, 28 e 30.
[18] Enciclica *Veritatis splendor*, del 6 agosto 1993, n. 110.
[19] Il caso dell’abate Georges de Nantes è un caso a sé stante. Si può tuttavia affermare che egli non fosse un rappresentante significativo della corrente tradizionalista, contro la quale si opponeva su molti punti.
[20] Don Berto aggiunge: «Mettendo sotto accusa il “Concilio” e raggruppando “tutto ciò che ha fatto” sotto lo stesso cappello, vi mettete in una posizione scomoda. Penso che sia meglio, perché è di per sé più giusto e più opportuno nel vostro caso, concentrare lo sforzo contro lo “sfruttamento unilaterale” e talvolta sfacciatamente menzognero che viene fatto in Francia degli Atti promulgati dal Concilio» (Lettera del 29 luglio 1966 all’abate Georges de Nantes, copia comunicata all’autore da Madre Marie-Dominique Renault, una delle fondatrici di Pontcallec).
[21] R.-Th. Calmel, Itinéraires, n° 153, maggio1971, pp. 160-161.
[22] Itinéraires, n. 99, gennaio 1966, pp. 22-23.
[23] Itinéraires, n. 338, dicembre 1993, pp. 7-8.
[24] Denzinger-Schönmetzer, Simboli e definizioni della fede cattolica [DS], nn. 3113-3117.
[25] «Le miracle , Itinéraires, Troisième série, n. 3, inverno 1993-1994, p. 4.
[26] «Tenuto conto dell’uso dei concili e dello scopo pastorale dell’attuale Concilio, quest’ultimo definisce come vincolanti per la Chiesa solo i punti riguardanti la fede e i costumi che avrà chiaramente dichiarati tali. Quanto agli altri punti proposti dal Concilio, in quanto insegnamento del magistero supremo della Chiesa, tutti i fedeli, senza eccezioni, devono accoglierli e comprenderli secondo lo spirito del Concilio stesso, che emerge sia dalla materia trattata, sia dal modo in cui esso si esprime, secondo le norme dell’interpretazione teologica » (Dichiarazione della Commissione dottrinale del 6 marzo 1964, riprodotta negli Atti dopo la Costituzione Lumen gentium).
[27] «Vatican II concile pastoral. Que faut-il entendre par “pastoral”?», Itinéraires, n° 248, dicembre 1980, p. 107.
[28] Abbés Michel Simoulin, Alain Lorans et Philippe Marcille, Le nouveauCatéchisme de l’Église catholique est-il catholique ? Examen critique, prefazione di don Schmidberger, edizioni Fideliter, 1993, pp. 8 e 50.
[29] Cf. Commento al IIlibro delle Sentenze, distinctio 16, expositio textus ; Somma teologica [ST], I, q. 35, a. 2 ad 3 ; ST, I-II, Prologo.
[30] Don Marcille attribuisce così a san Paolo una dottrina molto simile a quella di Baio, che san Pio V condannò nel 1567: «Tutte le opere degli infedeli sono peccati e le virtù dei filosofi sono vizi» (DS, n. 1925).
[31] Don Michel Simoulin, in Le nouveau Catéchisme de l’Église catholique est-il catholique?, op. cit., p. 24.
[32] Supplemento al n. 47 di Cor unum, marzo 1994.
[33] «La splendeur de la vérité. Commentaire de l’encyclique Veritatis splendor», Le Sel de la Terre, n° 9, estate 1994, pp. 32-68, citazioni pp. 35-36 et 67-68.
[34] «Écône veut l’unité sans rien céder», Intervista a Mons. Fellay su La Liberté dell’11 maggio 2001, pubblicata sul sito La Porte Latine.
[35] CIC, can. 212 § III: «In base alla loro conoscenza, competenza e al prestigio di cui godono, hanno il diritto e talvolta persino il dovere di esprimere ai sacri pastori la propria opinione su ciò che riguarda il bene della Chiesa e di renderla nota agli altri fedeli, pur salvaguardando l’integrità della fede e dei costumi e la riverenza dovuta ai pastori, e tenendo conto dell’utilità comune e della dignità delle persone».
[36] «Il est possible de procéder aux consécrations épiscopales annoncées pour le 1er juillet 2026 sans faire schisme ni acte de désobéissance», articolo pubblicato l’11 febbraio 2026 su La Porte Latine.
[37] Oltre ai passaggi chiave di Dignitatis humanæ (DH 2), di Unitatis redintegratio (UR 3)e di Nostra ætate (NA 2)– che sono stati in parte corretti dal magistero postconciliare –, si possono citare decisioni pastorali o disciplinari che alla fine si sono rivelate poco fruttuose o addirittura dannose, come l’istituzione di un diaconato permanente sposato e non continentale che non è mai esistito tra i latini (LG24), l’aggiornamento degli ordini religiosi avviato con direttive alquanto confuse (PC 2-4), mentre non veniva richiamata la dottrina tradizionale sugli stati di perfezione(LG 43-47).
[38] È necessario sfumare il giudizio a partire dagli anni Ottanta, con l’arrivo del cardinale Ratzinger a Roma.
[39] Così, nel 2011 la Chiesa ortodossa russa ha avviato il «programma 200 nuove chiese a Mosca». Da allora, nella capitale sono state inaugurate 152 chiese. Nel resto della Russia sono state consacrate almeno cinque nuove cattedrali.
[40] Motu proprio di san Giovanni Paolo II Ecclesia Dei del 2 luglio 1988, n. 5c.
[41] Intervista citata in precedenza.
[42] «Riesame dell Protocollo d’intesa alla luce del motu proprio Ecclesia Dei», Roma, 6 luglio 1988, n. 3. 2: «In considerazione delle situazioni particolari menzionate, ordinazione di un vescovo proveniente da questi stessi gruppi»
[43] Cf. L.-M. de Blignières, «Une circonscription ecclésiastique dédiée à l’ancien rite latin , II. Discernement progressif de la solution canonique d’une Circonscription ecclésiastique dédiée, Sedes Sapientiæ, n° 165, settembre 2023, pp. 20‑30.
[44] Intervista a Mons. Fellay pubblicata su Fideliter, marzo-aprile 2001, La Porte Latine, 1° marzo 2001.
[45] Jean Madiran, « Duo dubia », Itinéraires, n° 330, febbraio 1989, pp. 24-25. Riguardo a un presunto cambiamento di posizione di Jean Madiran sulle incoronazioni (basato su un breve passaggio di un documentario), Béatrice Doyer, che era molto vicina a Jean Madiran alla fine della sua vita e ha organizzato i suoi funerali, scrive il 26 marzo 2022: «Che si tratti degli eventi del 1988, delle sue prese di posizione o della sua analisi negli anni successivi a tali eventi, Jean è sempre stato molto chiaro sul tema delle consacrazioni e, per quanto mi riguarda, non ha mai cambiato idea. Il documentario, a mio avviso, riportava frasi estrapolate dal loro contesto.»
[46] Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, VI, 45.



