
La professione di fede della FSSPX: luci, ombre, speranze
Le luci
La lettura della professione di fede recentemente pubblicata dalla FSSPX ha portato serenità nel cuore di molti.
Con l’avvento di papa Leone, senz’altro siamo ritornati a leggere dei bellissimi interventi magisteriali. Tuttavia, la Chiesa non è una bicicletta, che in un secondo può fare l’inversione a “U”.
Se mi facessero Papa, avrei già pronta la prima enciclica “Excomunicamus omnes”: per non saper né leggere né scrivere, scomunicherei tutti; poi, dopo attento esame, piano piano recupererei “tutti i ginocchi che non si sono piegati a Baal e tutte le bocche che non l’hanno baciato” (1 Re, 19-18). Ma questo è solo un bel sogno, e quando ci si sveglia tutti sudati, si constata che non è ancora finita la stagione delle sfinenti arrampicate per “interpretare rettamente” quanto gorgoglia sul sito Vaticano.
Allora – in uno stagno di espressioni bisognose di un’ermeneutica infinita per venirne a capo – pochi enunciati chiari, che permettono di confessare la fede a pieni polmoni, sono veramente una boccata d’ossigeno.
San Tommaso insegna che la fede si concepisce “componendo e dividendo”[1], cioè congiungendo un soggetto a un predicato, dicendo ciò che una cosa è e che cosa non è: allora leggere il comunicato della FSSPX mi è sembrato un improvviso teletrasporto da una saletta fumatori ad una terrazza panoramica in località dolomitica.
Le ombre
Le ombre sono costituite da ciò che, in quella professione manca: una professione di fede cattolica non può esimersi da un chiaro, esplicito, forte richiamo al Magistero ordinario e all’assenso ad esso dovuto: “Mio Dio, perché sei verità infallibile, credo tutto quello che tu hai rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere…”: così comincia l’atto di fede, che ogni buon cristiano recita almeno una volta al giorno.
L’accettazione del Magistero non vuol dire assentire indiscriminatamente ad ogni flatus vocis che esce da oltre Tevere (esistono le note teologiche, e l’assenso dovuto non è identico per tutti gli asserti), ma rinunciare a sottoporre a giudizio proprio quanto viene proposto a credere: nessun membro della Chiesa discente può considerarsi l’ultima istanza di verifica se una certa affermazione è contro la Tradizione o meno. In altre parole, se non si capisce come un certo enunciato sia vero, non implica che esso non sia realmente vero.
E il concetto che S. Ignazio di Loyola esprime, nei suoi Esercizi spirituali, nelle regole per sentire nella Chiesa:
[§ 365] La tredicesima [regola]. Per essere sicuri di non sbagliare dobbiamo sempre regolarci in questo modo: quello che io vedo bianco, creda che sia nero, se la Chiesa gerarchica così stabilisce; certi che tra Cristo nostro Signore, sposo, e la Chiesa, sua sposa vi è lo stesso spirito che ci governa e regge per la salvezza delle nostre anime. Infatti, dal medesimo Spirito e Signore nostro, che diede i dieci comandamenti, è retta e governata nostra santa madre Chiesa.
S. Ignazio non dice che bisogna credere che il bianco sia nero, cioè non fa saltare il principio di non contraddizione: quello che può essere nero non è il bianco in sé, ma quello che io vedo bianco… è l’io vedo che deve sempre stare sotto, pur con vari gradi di assenso, a quello che vede Pietro.
Del resto, nel protocollo d’intesa[2] siglato nel 1988 da Mons. Lefebvre, e poi dallo stesso ritrattato, si leggeva:
2) Dichiariamo di accettare la dottrina contenuta nel n. 25 della Costituzione dogmatica Lumen gentium del Concilio Vaticano II sul Magistero ecclesiastico e l’adesione ad essa dovuta.
3) Per quanto riguarda alcuni punti insegnati dal Concilio Vaticano II o riguardanti le successive riforme della liturgia e del diritto, che ci sembrano difficilmente conciliabili con la Tradizione, ci impegniamo ad avere un atteggiamento positivo di studio e di comunicazione con la Sede Apostolica, evitando ogni polemica.
Questo non significa assolutamente rinunciare a critiche nei confronti di singole affermazioni o di singoli atti del Magistero: l’istruzione Donum Veritatis afferma che in certi casi “le obiezioni potranno… contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l’insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato”[3].
Del resto, la frammentazione della galassia pseudo-tradizionalista (Viganò, Pompei, Farè, sedevacantisti di varie denominazioni, resistenti…) è troppo simile alla divisione post-luterana in calvinisti, zwingliani etc., per non capire che non si può rinunciare a un indiscutibile primum movens della propositio fidei.
Le speranze.
Detto questo, credo che la professione di fede della FSSPX abbia sparigliato le carte, e abbia mosso le acque stagnanti in cui si erano impantanati i colloqui con la S. Sede.
Il discorso della FSSPX si può riassumere a questo: “Noi crediamo che dopo il Concilio avete cambiato la fede; dimostrateci che abbiamo torto”. La S. Sede può smentire la FSSPX dicendo “Avete torto, perché noi crediamo quello che avete formulato; inoltre dovete aggiungere, alla vostra professione di fede, gli articoli sul Magistero”.
Se avvenisse questo, sarebbe risolta la crisi tra Roma e la FSSPX e si eviterebbero le ordinazioni scismatiche.
Rivolgiamo lo sguardo all’Immacolata, Madre della Chiesa e alla debellatrice di tutte le eresie e di tutti gli scismi, e preghiamola che, da onnipotente per grazia quale Ella è, schiacci ancora una volta la testa al serpente divisore.
[1] Summa theologiæ, Iª-IIae q. 1 a. 2.
[2] Protocollo d’intesa tra la Santa Sede e la Fraternità Sacerdotale San Pio X, redatto durante l’incontro tenutosi a Roma il 4 maggio 1988 tra il cardinale Joseph Ratzinger e l’arcivescovo Marcel Lefebvre, e firmato dai due prelati il 5 maggio 1988. L’arcivescovo Lefebvre lo ha rotto prima di procedere, il 30 giugno 1988, alle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio e contro la volontà del Santo Padre.
[3] “La volontà di ossequio leale a questo insegnamento del Magistero in materia per sé non irreformabile deve essere la regola. Può tuttavia accadere che il teologo si ponga degli interrogativi concernenti, a seconda dei casi, l’opportunità, la forma o anche il contenuto di un intervento. II che lo spingerà innanzitutto a verificare accuratamente quale è l’autorevolezza di questi interventi, così come essa risulta dalla natura dei documenti, dall’insistenza nel riproporre una dottrina e dal modo stesso di esprimersi […]. In ogni caso non potrà mai venir meno un atteggiamento di fondo di disponibilità ad accogliere lealmente l’insegnamento del Magistero, come si conviene ad ogni credente nel nome dell’obbedienza della fede. Il teologo si sforzerà pertanto di comprendere questo insegnamento nel suo contenuto, nelle sue ragioni e nei suoi motivi. A ciò egli consacrerà una riflessione approfondita e paziente, pronto a rivedere le sue proprie opinioni ed a esaminare le obiezioni che gli fossero fatte dai suoi colleghi. Se, malgrado un leale sforzo, le difficoltà persistono, è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall’insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l’insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato” Congregazione per la Dottrina della fede, Istruzione Donum veritatis sulla vocazione ecclesiale del teologo, 24 maggio 1990, nn. 24; 29-30.

