È lecito falsificare il green pass?

Tante buone persone, spaventate da informazioni, false e iper-complottiste, circa la reale composizione e le reazioni avverse dei vaccini anti-covid, trovandosi, in questi giorni, obbligati per legge a subire la vaccinazione, si chiedono se sia lecito simulare, in qualsiasi modo, la vaccinazione avvenuta.

Questo escamotgage sembrerebbe fondarsi sul presunto non-diritto dello stato di conoscere il quadro vaccinale del singolo cittadino; i suoi propugnatori rivendicano il principio, per altro giustissimo, secondo il quale non si tratta di bugia dire cose non vere, quando chi le chiede non ha il diritto di saperle. I moralisti chiamano questo tipo di asserzioni restrizioni mentali.

Anche il Catechismo Magiore di San Pio X insegna:

462 D. È necessario sempre dir tutto come si pensa?

R. Non è sempre necessario, specialmente quando chi interroga non ha il diritto di sapere ciò che

domanda.

Alla luce di quanto sopra, cerchiamo di formulare rigorosamente il dubbio e offrire una risposta secondo la morale e la fede Cattolica. Mettiamo subito in chiaro che non intendiamo esprimere una sentenza vincolante, ma solo la nostra risposta – sottoposta, come ogni riga di questo sito, al giudizio insindacabile della Chiesa – a dubbi reali che ci sono giunti da più parti.

QUESITO:​ Si può falsificare un green pass o dichiarare falsamente di essere vaccinati, tenuto conto che lo stato italiano non avrebbe il diritto di imporre detta certificazione nei modi in cui di fatto lo fa?

RISPOSTA:​ Non esiste il diritto di una tale falsificazione della certificazione vaccinale, se non in un caso estremo cui faremo cenno in seguito, ed anzi crediamo che, in situazioni normali, falsificare il certificato vaccinale sia un atto gravemente negativo dal punto di vista morale, perché contrario alla verità e al bene comune della società. È infatti un atto che mina i principi di fiducia e di lealtà, che fondano la convivenza civile, promuovendo così un individualismo anarchico, che dissolve il patto sociale.

Questo giudizio si basa sul presupposto che l’autorità pubblica legittima ha non solo il diritto, ma addirittura il dovere di imporre quelle misure di sanità pubblica che sono atte a tutelare il bene comune della società e che vengano giudicate adeguate sulla base delle migliori conoscenze scientifiche a disposizione e di un giudizio prudenziale. Non si tratta infatti di mitizzare la scienza, ma di riconoscere ragionevolmente rischi e benefici di certe disposizioni sanitarie, prendendo quelle misure che nelle circostanze sembrano più efficaci. Il giudizio prudenziale, pur non pretendendo di essere obiettivamente infallibile, si impone come praticamente doveroso se prescritto dall’autorità pubblica legittima. Ciò per quanto riguarda il livello dei principi.

Ora, venendo al piano concreto, riteniamo che i vaccini predisposti contro il COVID 19, benché non esenti da talune riserve morali, non rientrino nel novero di atti intrinsecamente cattivi, da escludere sempre e comunque. Per essi, dunque, non si dà un ricorso ragionevole all’obiezione di coscienza, che debba essere tutelato quando è in gioco il bene comune. Si tenga anche presente che chi rifiuta di vaccinarsi, restando in relazione con altre persone, contribuisce non solo ad una maggior diffusione della pandemia, con conseguenze sanitarie, economiche e sociali di vasta portata, ma si rende anche in qualche modo corresponsabile di un intasamento degli ospedali e di una conseguente difficoltà di curare pazienti con altre patologie.

Inoltre, data l’elevata maggiore infettività di una persona non vaccinata asintomatica rispetto a una vaccinata asintomatica, la prima è, suo malgrado, un diffusore della malattia molto più pericoloso di un asintomatico vaccinato. Infatti la carica virale del tratto respiratorio superiore è molto inferiore nei vaccinati rispetto ai non vaccinati, e l’infettività minore rimane tale anche per quanto riguarda la variante delta, in cui la differenza di infettività è minore, ma pur sempre consistente (cf Anika Singanayagam, PhD et alii, «Community transmission and viral load kinetics of the SARS-CoV-2 delta (B.1.617.2) variant in vaccinated and unvaccinated individuals in the UK: a prospective, longitudinal, cohort study»

La nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 21 dicembre 2020, pur fragile e discutibile nelle argomentazioni addotte, offre un giudizio autorevole circa la liceità del ricorso ai vaccini. Come l’ermeneutica teologica riconosce, il giudizio morale del Magistero ordinario vale nelle sue conclusioni anche qualora le argomentazioni a sostegno non siano adeguate. Il saggio Cooperazione, appropriazione e vaccini preparati con l’aiuto di ricerche sulle cellule staminali fetali di Stephan Kampowski, offre, a nostro avviso un’argomentazione razionalmente più adeguata e solida.

Il caso estremo – cui avevamo accennato all’inizio – potrebbe verificarsi quando  una singola persona si trovasse in condizioni di dover rifiutare la vaccinazione per motivi gravi di salute personale, che non fossero riconosciuti dall’autorità pubblica e che non potessero essere fatti valere altrimenti che col falsiloquio. Tuttavia, in questo momento, in Italia ci troviamo in pratica di fronte ad una tale emergenza.

In ogni caso, salvo il caso estremo accennato, le ragioni del bene comune di una società, minacciata da eventi pandemici gravi, dovrebbero prevalere sul giudizio individuale, quando non è in gioco la violazione di una norma su un atto intrinsecamente cattivo e quando si tratta di giudizi attinenti alla prudenza “politica” dei provvedimenti.


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