E pace in terra a chi?

Neppure gli Angeli sono stati lasciati in pace dai cambiamenti liturgici della III edizione italiana del Messale romano. Il canto, che ha accompagnato l’annuncio ai pastori della nascita del Messia, è stato inopportunamente riveduto e corretto: non più pace in terra agli uomini di buona volontà, ma a quelli che Dio ama. Le due diverse traduzioni vogliono rendere in italiano l’unica parola greca eudokía, presente in Lc 2,14.

Possiamo dire che il cambiamento è più colpa della nuova esegesi che dei liturgisti, pur essi consenzienti: tutte le più importanti traduzioni recenti, compresa la nostra CEI 2008, optano per gli uomini che Dio ama. Con questa traduzione, la buona volontà è presentata come qualità divina e non umana, e solo per essa gli uomini ricevono – passivamente – il dono della pace, indipendentemente dalla loro risposta al dono di Dio.

La nuova traduzione si appoggia più su precomprensioni che su una fedele ricerca del significato della parola greca. Essa, astratta dal contesto, potrebbe anche essere resa nel nuovo modo; ma si tratta di quell’errore logico detto a posse ad esse non valet consequentia[1]. Sia nella S. Scrittura che nella grecità classica, la parola può avere tranquillamente i due sensi. Per cui, su una base puramente lessicografica, la nuova traduzione è tirata per i capelli.

La bontà della più antica traduzione è invece avvalorata dal contesto prossimo del III Vangelo e dal fatto che il nostro versetto è stato pacificamente ed universalmente interpretato nell’antichità[2] nel senso classico. Inoltre, a stretto rigore logico, la nuova traduzione è un oltraggio al buon Dio (vedremo più sotto il perché).

Cerchiamo ora di avvalorare la bontà e la correttezza della versione tradizionale, Partiamo dal dono offerto agli uomini, cioè la pace; essa corrisponde, sulla terra, alla gloria in cielo:

Gloria a Dio nell’altro dei cieli

E pace in terra agli uomini di buona volontà.

La gloria di Dio non è solo un riconoscimento estrinseco della sua signoria, ma è la stessa sostanza Divina (ebr. cabod = sostanza pesante) di cui i cieli e la terra sono pieni, e di cui in cielo si fa particolare esperienza. All’esperienza celeste della gloria, corrisponde sulla terra l’esperienza della pace (ebr. shalom = stare bene, essere completi, sani e salvi): è lo stato di chi non manca di nulla, di chi non teme che la sua quiete sia turbata[3]. Al pari della gloria (kabod), la pace (shalom) è una sostanza, ha una consistenza:

Lc 10:3-6: Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi.

Questo versetto ci dà l’idea di come con pace si intenda una sostanza, un qualcosa che può scendere e ritornare: quindi, non solo un’esperienza soggettiva, ma la sostanza che la causa. Questa sostanza è la stessa gloria divina di cui si fa esperienza e da cui procede la pace, la gloria di cui hanno fatto esperienza gli apostoli e che è offerta al prossimo evangelizzato.

Questo dono della pace necessita di una risposta: ilrende il destinatario dell’annuncio figlio della pace; un no comporta il fatto che presso di lui la pace non può rimanere.

L’avviso di Gesù vi mando come agnelli in mezzo a lupi, ci avvisa che l’annunciatore di pace è uno che, in linguaggio comune, non potrà mai starsene in pace.

Lc 12:51-53: Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

L’uomo di pace, il vero figlio della pace, non solo è uno che dice , ma uno che è spinto dalla pace – da lui stesso accolta – ad esporsi come agnello in mezzo ai lupi, ad avere tutto il mondo contro per essere portatore di pace. Da questa buona volontà, ovvero dalla generosa accoglienza della pace e diponibilità ad annunciarla, alla sequela del Principe della pace crocifisso, nasce allora l’esperienza della vera pace: pace in terra agli uomini di buona volontà: quella pace, direbbe il Manzoni, che il mondo irride, ma che rapir non può[4].

Perché la nuova traduzione è oggettivamente, al di là delle intenzioni dei suoi fautori, un oltraggio al buon Dio? Perché se la pace fosse solo un dono di Dio, a prescindere dalla risposta dell’uomo, dove non c’è pace sarebbe colpa di Dio che non la concede: e così Dio è reso colpevole di tutte le guerre, di tutte le liti, di tutte le discordie etc.

Troviamo conferma, nel Magistero, a quanto abbiamo affermato: Benedetto XVI, nell’omelia della S. Messa di mezzanotte del Natale 2010, così insegnava:

“Ma anche degli uomini parla il messaggio degli angeli nella Notte Santa: “Pace agli uomini che egli ama”. La traduzione latina di tale parola, che usiamo nella liturgia e che risale a Girolamo, suona diversamente: “Pace agli uomini di buona volontà”. L’espressione “gli uomini di buona volontà” proprio negli ultimi decenni è entrata in modo particolare nel vocabolario della Chiesa. Ma quale traduzione è giusta? Dobbiamo leggere ambedue i testi insieme; solo così comprendiamo la parola degli angeli in modo giusto. Sarebbe sbagliata un’interpretazione che riconoscesse soltanto l’operare esclusivo di Dio, come se Egli non avesse chiamato l’uomo ad una risposta libera di amore. Sarebbe sbagliata, però, anche un’interpretazione moralizzante, secondo cui l’uomo con la sua buona volontà potrebbe, per così dire, redimere se stesso. Ambedue le cose vanno insieme: grazia e libertà; l’amore di Dio, che ci previene e senza il quale non potremmo amarLo, e la nostra risposta, che Egli attende e per la quale, nella nascita del suo Figlio, addirittura ci prega. L’intreccio di grazia e libertà, l’intreccio di chiamata e risposta non lo possiamo scindere in parti separate l’una dall’altra. Ambedue sono inscindibilmente intessute tra loro. Così questa parola è insieme promessa e chiamata. Dio ci ha prevenuto con il dono del suo Figlio. Sempre di nuovo Dio ci previene in modo inatteso. Non cessa di cercarci, di sollevarci ogniqualvolta ne abbiamo bisogno. Non abbandona la pecora smarrita nel deserto in cui si è persa. Dio non si lascia confondere dal nostro peccato. Egli ricomincia sempre nuovamente con noi. Tuttavia, aspetta il nostro amare insieme con Lui. Egli ci ama affinché noi possiamo diventare persone che amano insieme con Lui e così possa esservi pace sulla terra”[5].

NB: Per chi desiderasse una spiegazione più ampia dello stesso tema, è possibile vedere questo video


[1] Dal potere all’essere non vale la conseguenza; cioè il fatto che sia possibile che una cosa ci sia, non ne consegue necessariamente che essa ci sia realmente.

[2] Per l’interpretazione nei Padri della Chiesa, cf. C. Marucci, «“Pace agli uomini di buona volontà”? La traduzione di εὐδοκία il Lc 2,14: 2. Storia dell’interpretazione», Rassegna di Teologia 47 (2006) 21-43. Per come nel latino classico si intendesse bona voluntas come una disposizione attiva del soggetto volente, cf. https://latin.packhum.org/search?q=bonae+voluntatis.

[3] Cf. C. Spicq, Lexique théologique du Nouveau Testament, Friburg : du Cerf, 1991, p. 441, con abbondante bibliografia a sostegno del significato descritto.

[4] La Pentecoste.

[5] Benedetto XVI, Santa Messa di mezzanotte, Natale 2010.