La trasfigurazione di Gesù: commenti patristici

La trasfigurazione di Gesù: commenti patristici

Presentiamo la traduzione del commentario di Cornelius a Lapide, crirca Mt 17, 1-9.

1 Sei giorni dopo Gesù prese con sé Pietro, e Giacomo, e Giovanni suo fratello, e li menò separatamente sopra un alto monte. 2 E fu dinanzi ad essi trasfigurato. E il suo volto era laminoso come il sole: e le sue vesti bianche come la neve. 3 E a un tratto apparvero ad essi Mosè, ed Elia, i quali discorrevano con lui. 4 E Pietro prendendo la parola disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui: se a te piace, facciamo qui tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè, e uno per Elia. 5 Prima che egli finisse di dire, ecco che una nuvola risplendente gli adombrò. Ed ecco dalla nuvola una voce, che disse: “Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto; lui ascoltate”. 6 Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero gran timore. 7 Ma Gesù si accostò ad essi, e li tocco, e disse loro: Alzatevi, e non temete. 8 E alzando gli occhi non videro nessuno, fuori del solo Gesù. 9 E nel calare dal monte, Gesù ordinò loro dicendo: Non dite a chicchessia quel, che avete veduto, prima che il Figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte.

E dopo sei giorni… Sembra esserci qui una discrepanza con Lc 9,28, che dice: “Dopo queste cose avvenne circa otto giorni”. S. Girolamo risponde: “La soluzione è semplice, perché in S. Matteo sono indicati i giorni intermedi; in S. Luca c’è l’aggiunta del primo e dell’ultimo giorno”.

Matteo, dunque e Marco non contano il primo giorno, in cui Cristo disse ciò che abbiamo ascoltato e diede la promessa della sua trasfigurazione[1]; e nemmeno l’ultimo e l’ottavo, perché Cristo fu trasfigurato la mattina di esso. Luca infatti conta solo i giorni interi e quindi dice “circa”.

Cristo rimandò di sei giorni l’adempimento sua promessa Trasfigurazione perché, come dice S. Crisostomo, il resto dei discepoli non provasse alcun moto di invidia.

Il secondo motivo di ritardo fu perché Cristo desiderava trasfigurarsi sul monte Tabor, che dista da Cesarea di Filippo venti leghe. Perciò Cristo, viaggiando lentamente secondo la sua abitudine, occupò sei giorni per predicare nei villaggi e nelle campagne circostanti.

Rabano fornisce una terza ragione, di carattere mistico, per indicare che la risurrezione, di cui la Trasfigurazione era un tipo, avrebbe avuto luogo dopo le sei età del mondo.

Origene dà una quarta ragione: che potrebbe significare che solo lui, che trascende tutte le cose del mondo (perché il mondo è stato fatto in sei giorni) è in grado di salire sul monte in alto e di vedere la Parola di Dio.

Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni: “Prese questi tre”, dice S. Giovanni Crisostomo, “perché erano più grandi degli altri”. Cristo scelse questi tre apostoli e manifestò loro la sua gloria, perché volle mostrare agli stessi la sua debolezza e la sua agonia nell’orto, per evitare che si offendessero per questo, e perché sapessero che Cristo procedeva così verso la gloria che era stata mostrata a loro. Infatti, da questa gloria e dalle parole del Padre “Questo è il mio Figlio”, potevano sapere con certezza che Cristo era veramente Dio, ma che nascondeva la sua Divinità sotto il velo della carne e che, sebbene avesse sofferto e fosse morto sulla croce, la sua Divinità non aveva sofferto né era morta.

E Colui che poteva comunicare una gloria così grande al suo corpo, era davvero in grado di salvare quel corpo dalla morte, se lo avesse voluto.

Sentite Damasceno (Orat. de Transfig.): “Prese Pietro per mostrargli che la testimonianza che aveva reso era confermata dalla testimonianza del Padre; e perché stava per diventare colui che avrebbe presieduto su tutta la Chiesa. Prese Giacomo perché stava per morire per Cristo. Giovanni perché era, per così dire, lo strumento più puro della teologia, affinché vedendo la gloria del Figlio di Dio, che non è soggetta al tempo, potesse dichiarare: “In principio era il Verbo”.

Giacomo… S. Agostino (nel cap. 2. ad Galat.) sembra aver pensato, per un errore di memoria, che si trattasse del fratello del Signore.

In senso mistico. Questi tre indicano che coloro che Dio preferisce agli altri per vedere la visione e la gloria di sé sono di un triplice ordine. Pietro indica i ferventi nella carità; Giovanni, vergine, indica le vergini; Giacomo, il primo martire tra gli Apostoli, indica coloro che soffrono e i martiri. Vuoi dunque vedere Dio? Sii un Pietro, cioè saldo nella virtù; sii un Giovanni nella castità; sii un Giacomo mortificando i tuoi vizi.

E li menò separatamente sopra un alto monte: Questo monte, per la sua altezza, rappresenta l’altezza dell’Empireo e della gloria celeste; e per insegnare, tropologicamente, dice S. Remigio, “che è necessario per tutti coloro che desiderano contemplare Dio, che non si crogiolino in piaceri grotteschi, ma che per amore delle cose di lassù si innalzino verso il cielo. Inoltre, essi sono portati in alto da soli, perché gli uomini santi sono separati dagli empi nella loro mente e per l’intenzione della loro fede, e saranno completamente separati nel mondo a venire”. Infatti, come dice Beda, coloro che si aspettano il frutto della risurrezione devono abitare con la mente in luoghi elevati e dedicarsi alla preghiera costante.

Vi chiederete quale montagna fosse? L’opinione comune è che fosse il monte Tabor. Questa è l’opinione dei Padri e dei fedeli, tanto che sembra essere una tradizione della Chiesa; per questo il Monte Tabor è considerato dai cristiani santo. Era reso famoso dai pellegrinaggi, come testimonia S. Girolamo. (Tutti coloro che si recano in pellegrinaggio in Terra Santa visitano il Tabor insieme a Betlemme, al Monte Calvario e all’Oliveto. Così S. Paola, milleduecento anni fa, quando visitava i luoghi santi, visitava il Tabor. Infatti, come dice eloquentemente S. Girolamo nel suo epitaffio, “salì sul monte Tabor, sul quale Cristo fu trasfigurato”.

Che Cristo sia stato trasfigurato sul Tabor lo insegnano espressamente S. Cirillo di Gerusalemme (Catech. 12), Damasceno (Serm. de Transfig.), Beda ed Eutimio, Abulensis, Maldonatus, Jansen, Adrichonius (Descript. terrœ sanct.) e altri, passim. Damasceno lo conferma dalle parole del Salmo 89, 12: “Il Tabor e l’Hermon si rallegreranno nel tuo Nome”. Infatti, l’Hermon si rallegrò quando udì la voce del Padre al Battesimo di Cristo; il Tabor, quando vide Cristo trasfigurato su di esso.

Allora il Tabor contendeva con l’Empireo, essendo per così dire l’immagine e il teatro della gloria celeste. Infatti, come i beati vedono la gloria di Dio in cielo, così gli Apostoli videro la gloria di Cristo sul Tabor. Beda dice che in ricordo della trasfigurazione di Cristo alla presenza di Mosè ed Elia furono costruiti tre tabernacoli sul monte Tabor, secondo il desiderio di Pietro: “Facciamo qui tre tabernacoli”. Niceforo (lib. 8, cap. 30) aggiunge che S. Elena eresse una splendida chiesa sul Tabor in memoria della Trasfigurazione. A questo tempio furono poi aggiunti due monasteri, uno dedicato a Elia e l’altro a Mosè.

Cristo scelse il Tabor per la manifestazione della sua gloria, 1. perché era vicino a Nazareth, dove fu concepito e il Verbo si fece carne. 2. Perché il Tabor è vicino a Sharon, di cui Isaia canta (35, 2): “La gloria del Libano le è stata data, la bellezza del Carmelo e di Sharon. Essi vedranno la gloria del Signore e l’eccellenza del nostro Dio”. 3. Perché il Tabor è un monte altissimo. Giuseppe (lib. 4, de bello, c. 2) dice che è alto 30 stadi, cioè quasi quattro miglia italiane. 4. Perché, come dice Beda, il Tabor si trova nel mezzo della pianura galileiana, tre miglia a nord di Gennesaret. È rotondo su tutti i lati e si eleva dolcemente dalla pianura; è coperto di erba e fiori ed è estremamente piacevole; è una sorta di paradiso. Adrichomius[2] aggiunge che il clima del Tabor è estremamente salubre; è tutto coltivato a viti, ulivi e vari tipi di alberi da frutto e di altro tipo. È verdeggiante per le continue rugiade, per il fogliame degli alberi e per l’erba verde; ed è sempre profumata con l’odore di ogni tipo di fiori. C’è un gran numero di uccelli che fanno una deliziosa melodia con i loro canti. Nel luogo esatto della Trasfigurazione del Signore c’è attualmente un giardino, alberato e irrigato da fontane, circondato da un muro. La gente che vive ai piedi della montagna non permette a nessuno di avvicinarsi a questo luogo per riverenza e devozione.

Simbolicamente: Tabor in ebraico significa letto di purezza e di luce: תא significa letto e אור luce, e la beth in mezzo significa in. Così è: il letto nella luce. S. Girolamo (Osea, c. 5) dà un altro significato. Tabor, dice, significa la luce che viene. Ancora, Tabor può essere tradotto ta, cioè letto, e bor, cioè cisterna o sepolcro; perché sul Tabor Mosè ed Elia parlarono della morte di Cristo. Per questa via, infatti, Cristo doveva andare alla sua gloria e al cielo, e noi dobbiamo andare per la stessa via.

Luca aggiunge: “Cristo salì sul monte a pregare e, mentre pregava, il suo volto si trasformò”, per mostrarci il frutto della preghiera, cioè che nella preghiera siamo soffusi di luce celeste e siamo, per così dire, trasfigurati; e invece di essere terreni siamo resi celesti e divini; e invece di essere uomini diventiamo angeli.

Mosè ne fu un esempio quando parlò con Dio sul Monte Sinai e la gloria del Signore gli apparve e sul suo volto c’erano delle corna (cioè dei raggi di luce). Ma questo splendore di Mosè veniva dall’esterno; la gloria di Cristo, invece, dall’interno, cioè dalla sua anima e dalla sua Deità.

E fu dinanzi ad essi trasfigurato: Greco, μετεμορφώθη, cioè fu trasformato. Così anche il siriaco. L’arabo è: “Mostrò la sua gloria in loro presenza”.

Vi chiederete in che modo Cristo fu trasfigurato? Do per scontato che qui non è stato fatto nulla in modo fantasioso o fantastico, o in modo illusorio. Non c’è nulla di simile in Cristo.

Dico quindi, in primo luogo, che Cristo non si è trasfigurato davanti ai suoi tre Apostoli per manifestare loro la sua Divinità, come fa con i santi in cielo; perché essa non può essere vista in alcun modo con occhi di carne. Così i Padri, passim. Perciò Tertulliano, SS. Crisostomo, Leone e Damasceno (che sembrano parlare diversamente) intendono solo dire che Cristo mostrò ai suoi apostoli la gloria esterna del suo corpo, che era un indice della sua divinità; affinché attraverso di esso, come attraverso uno spiraglio, potessero in qualche modo vedere la gloria e la maestà della sua divinità, anche se velata dal corpo.

2. Cristo nella sua trasfigurazione non cambiò la forma essenziale, l’aspetto, il colore o altre qualità del suo volto, ma – come giustamente osserva Eutimio – assunse uno splendore meraviglioso e, per così dire, divino, tanto da brillare come il sole, anzi con una gloria ancora più grande e augusta. Per questo Matteo, spiegando l’espressione Fu trasfigurato, aggiunge: “e il suo volto risplendeva come il sole”. E Luca: “La fisionomia del suo volto era cambiata, cioè era luminosa e splendente”.

Per trasfigurazione, dunque, si intende che Cristo trasformò l’aspetto esteriore del suo volto in uno più glorioso e augusto. Infatti, in questa occasione Cristo non assunse le altre dotazioni di un corpo glorificato – come l’impassibilità, la rapidità e così via – ma solo la gloria.

Osserviamo, in primo luogo, che questa gloria di Cristo non riguardava solo il suo volto, ma anche le sue mani e tutto il suo corpo, come insegna chiaramente S. Girolamo (Epist. 61, ad Pammach.). Infatti, sebbene Abulensis e altri pensino che solo il volto di Cristo brillasse, poiché Matteo e Marco ne fanno menzione, è meglio intendere che l’intero corpo di Cristo risplendesse, perché si trattava di una trasfigurazione piena e perfetta. Da qui la gloria passò ai Suoi abiti. Così S. Efrem (Orat. de Transfig.): “Le sue vesti divennero bianche”. In verità l’Evangelista mostra che la gloria emanava da tutto il suo corpo, e raggi di gloria brillavano da tutte le sue membra”. S. Agostino (lib. 3 de Mirabil. S. Script, c. 10) dice: “Come la Divinità risplendeva all’esterno attraverso la carne, così anche la carne, essendo illuminata dalla Divinità, era radiosa attraverso le sue vesti”. Questa è l’opinione anche di S. Ambrogio (in Symb. c. 22), Origene (in cap. 9. Levit.), Barradi, Suarez e altri; alcuni pensano che questo splendore penetrasse in tutto il corpo di Cristo e lo rendesse traslucido. Ma altri, con maggiore probabilità, pensano che la gloria riguardasse solo le superfici del Suo corpo; e che questo sia il significato della parola Trasfigurazione, cioè un cambiamento della figura, che ha a che fare con ciò che è esterno. Questo splendore era celeste, anzi più che celeste; era divino e beatifico, come quello che appartiene ai corpi glorificati. Perciò era d’oro e glorioso, come il sole; ma tuttavia rinfrescava gli occhi e non toglieva la vista di Cristo ai suoi apostoli. In questo era diversa dalla luce del sole.

In secondo luogo, si noti chequesto splendore, così come gli altri doni di un corpo glorificato, appartenne al corpo di Cristo per tutto il tempo della sua vita, dal momento stesso del suo concepimento. Tuttavia, affinché Cristo potesse soffrire e conversare con gli uomini, questa gloria e tutti gli altri doni di cui ho parlato furono per così dire trattenuti nell’anima beatificata di Cristo, affinché non li infondesse nel suo corpo mediante un’emanazione fisica. Altrimenti avrebbero brillato attraverso il suo corpo, come la luce attraverso una lanterna. Questa repressione, quindi, fu un miracolo. E la cessazione di questa repressione nella trasfigurazione e l’emanazione dello splendore interiore nel corpo di Cristo fu la cessazione di un miracolo. Ma agli uomini sembrava un miracolo, perché era nuovo e ne ignoravano la causa. Perciò Cristo possedeva questa gloria del suo corpo con un doppio diritto, cioè in virtù dell’Unione Ipostatica, e anche con il titolo di merito. Infatti, con tante sofferenze e fatiche ha meritato questa gloria del suo corpo, e alla sua risurrezione l’ha ricevuta in perpetuo, come insegnano i teologi, passim. Pertanto, ciò che alcuni hanno pensato – che Cristo abbia sempre posseduto questa gloria e questi doni nel suo corpo, ma che non fossero visibili agli uomini a causa dell’infermità della vista umana; così come alcuni sostengono che la gloria dei corpi dei beati sarebbe invisibile agli occhi dei mortali, a meno che non venisse dato loro un nuovo potere di vista – questa opinione, io dico, non è probabile, perché la luce del corpo glorificato è corporea, e quindi, in misura maggiore, visibile agli occhi di tutti.

Infine, la Trasfigurazione avvenne il 6 agosto, giorno in cui la Chiesa la commemora. Ammonio, Baronio, Giansenio, Suarez e altri concordano sul fatto che avvenne nel trentatreesimo anno della vita di Cristo, che fu il terzo e ultimo della sua predicazione.

In secondo luogo, chiederete: perché Cristo si è trasfigurato? Rispondo:

1. Perché per mezzo di questa gloria e di questo splendore, e con la testimonianza di Elia e di Mosè, dimostrasse ai suoi apostoli la sua divinità.

2. Perché avvertisse i suoi discepoli di non perdere la fiducia, quando lo avrebbero visto inchiodato alla croce.

3. Per indicare che verrà in questo modo con grande potenza e maestà per giudicare il mondo. Così S. Efrem, Cirillo e Damasceno, S. Basilio (nel Salmo 45) e altri. Per questo è apparso anche Elia, che sarà il precursore di Cristo quando verrà a giudicare.

4. Perché animasse la fede e la speranza, il coraggio e lo zelo degli Apostoli e degli altri fedeli a sopportare coraggiosamente tutte le croci per amore del Vangelo, nella speranza di ottenere la stessa gloria alla risurrezione. Così S. Leone dice: “Il Signore si trasfigurò, per togliere lo scandalo della croce dal cuore dei suoi discepoli”.

E S. Crisostomo aggiunge che l’ultimo dei beati in cielo ha una luminosità e una gloria maggiore di quella che Cristo ebbe alla sua trasfigurazione, perché Cristo adattò la sua gloria agli occhi deboli e alla capacità degli Apostoli, ancora mortali. Coloro che sono irradiati dalla verità della gloria celeste considerano del tutto inutili tutti gli artifici e le vanità di questo mondo. Per questo S. Francesco era solito dire: “Tanto grande è la gloria che mi aspetto, che ogni genere di afflizione mi è gradita”.

Simbolicamente: Questa Trasfigurazione rappresenta le varie e meravigliose trasformazioni della Parola incarnata, come un Proteo divino. Infatti, Cristo fu trasfigurato quattro volte.

Prima nella Sua Incarnazione, quando la Parola, fatta carne, risplendeva in essa come una luce in una lanterna.

2. Sulla croce, sulla quale fu così deformato da strisce, chiodi e sputi, che, come dice Isaia, “non ha forma né bellezza, e quando l’abbiamo visto, non aveva bellezza”. (c. 53)

3. Nella risurrezione, quando fu coronato di gloria e onore.

4. Nell’Eucaristia, dove si nasconde sotto le forme del pane e del vino e sembra essere, per così dire, trasfigurato in esse. La transustanziazione, infatti, è una sorta di trasfigurazione degli accidenti.

Anagogicamente: Cristo ha voluto qui dare una rappresentazione della nostra gloria di risurrezione, quando rifarà i nostri corpi per renderli simili al corpo della sua gloria.

Tropologicamente: Cristo ha voluto, in primo luogo, dare un tipo di trasfigurazione di un’anima oscurata dai peccati in quella luce della grazia con cui siamo resi simili a Cristo.Perché la nostra trasfigurazione sta nella somiglianza, o configurazione, a Cristo; per essere conformi a Cristo in tutta l’umiltà, la carità e l’obbedienza; per essere immagini viventi della vita e della santità di Cristo; per pensare, parlare e agire con tale pietà, gravità e zelo come ha fatto Cristo; per far sì che chiunque ci veda pensi di vedere Cristo in noi.

Anche qui Cristo dà una rappresentazione della trasfigurazione con cui un’anima passa da un grado inferiore di santità a un grado superiore. Infatti, Cristo, che era già santo, è stato trasfigurato.

Questa trasfigurazione è più rara e più difficile della prima. Spesso, infatti, i santi si compiacciono della loro santità e, per così dire, si adagiano in essa, senza aspirare a una santità più elevata, come i peccatori e i penitenti aspirano alla giustizia.

È meno frequente, dice un Padre, che qualcuno si trasfiguri da una santità minore a una maggiore, piuttosto che dal peccato alla santità. Ciò può avvenire solo sul monte e andando in disparte con Cristo, cioè con la preghiera e la meditazione frequenti e ferventi. Perché in esse la mente è illuminata da Dio e attinge come da un tubo la luce celeste, per mezzo della quale concepisce un nuovo ardore per riformare le sue vie, sì per essere trasformata in Cristo, affinché con S. Paolo possa dire: “Il mondo è crocifisso per me. Io vivo, ma non io, bensì Cristo vive in me”. E con S. Francesco, vorrebbe imprimere le cinque piaghe di Cristo, se non nel suo corpo, ma nei più intimi recessi della sua anima.

La preghiera, dunque, è la trasfigurazione dell’anima.

1. Perché in essa l’anima riceve luce da Dio, per conoscere più chiaramente Lui, se stessa e tutte le cose.

2. Con essa l’anima cerca e ottiene la grazia di cancellare le macchie e i vizi che la deformano. In essa riceve consolazione per la desolazione; dalla debolezza è resa forte; dalla pigrizia diventa fervente; per la perplessità ha comprensione; per la tristezza, letizia; e per la viltà, coraggio.

3. Si eleva al di sopra di se stessa e si innalza verso Dio in cielo, dove impara e vede che tutte le cose della terra sono fragili e prive di valore, tanto che dall’alto della sua altezza le guarda dall’alto in basso come se fossero adatte solo ai bambini, e percepisce che le vere ricchezze, gli onori e i piaceri non si trovano da nessuna parte se non in cielo.

4. Nella preghiera si unisce a Dio. Infatti, “chi è unito al Signore è un solo spirito”. (1 Cor 6,17) Per questo S. Francesco, quando pregava, era elevato in alto e non poteva parlare, pensare e amare altro che Dio. “Mio Dio e mio tutto”, era solito dire, “concedimi, o Signore, di morire per amore del tuo amore, tu che ti sei degnato di morire per amore del mio amore!”. Questo è ciò che dice S. Paolo: “Ma noi tutti, a viso aperto, contemplando come in un vetro la gloria del Signore, veniamo cambiati nella stessa immagine di gloria in gloria, come per opera dello Spirito del Signore”. (2 Cor. 3:18).

Infine, Marco indica che Cristo non era seduto, né inginocchiato, ma in piedi, quando fu trasfigurato: Quando si svegliarono, videro la sua gloria e due uomini che stavano in piedi con Lui, il quale era a sua volta in piedi. Ne consegue che Cristo non fu sollevato in aria, come alcuni pittori lo rappresentano, ma fu trasfigurato mentre stava in piedi.

E il suo volto era laminoso come il sole: e le sue vesti bianche come la neve alcuni leggono, come la luce: così il greco, ὡς τὸ φω̄ς. Così anche il siriaco e l’arabo. L’egiziano dice: “Il suo volto risplendeva glorioso come il sole; anche le sue vesti erano splendenti come il sole”. L’etiope dice: “Le sue vesti erano come cristallo”. Ma la Vulg. legge con il persiano ὡς Χιών, come neve. Questa è la lettura di alcuni Gr. MSS. in questo luogo, e di tutti in Marco 9,3. Infatti, la neve è propriamente detta bianca, e la luce, splendente: sebbene la neve non solo sia bianca, ma anche splendente. Abulensis (quest. 42 e segg.) è dell’opinione che questo splendore delle vesti di Cristo fosse una proprietà vera e propria: e che quindi il colore delle sue vesti fosse cambiato, in modo tale che se prima erano nere, diventavano bianche, e se prima erano bianche, diventavano ancora più bianche; e che quando la trasfigurazione era finita, tornavano alla loro condizione precedente.

5. Le parole di Marco sembrano a favore di questa opinione: “E le sue vesti divennero splendenti, bianchissime come la neve, così che nessun pienista sulla terra può imbiancarle”.

Le vesti di Cristo avevano quindi due proprietà: una bianchezza simile a quella della neve, come quella di un follatore, e uno splendore soprannaturale conferito loro da Dio. L’opinione più generale è che la bianchezza fosse identica alla luminosità. Infatti, la luminosità è bianca, ma aggiunge splendore alla bianchezza. E questo splendore, per opera di Dio, si è riversato per così dire dalla carne di Cristo nelle sue vesti, e ha così prevalso, e per così dire inghiottito, il loro colore naturale, se non era bianco in origine.

Perciò questa gloria nel volto e nel corpo di Cristo era dorata e splendente, come nel sole. E quando fu trasfusa nelle sue vesti, divenne bianca, come appare bianca la luna quando è illuminata dai raggi del sole. E il sole stesso appare bianco, quando brilla attraverso le nuvole. Così Tertulliano (lib. iv. cont. Marc. c. 22), così S. Efrem e molti altri. Otterremo un significato pieno e adeguato unendo entrambe le opinioni, e diremo che le vesti di Cristo furono effettivamente rese bianche, grazie a quella bianchezza simile alla neve che Dio ora conferì loro, e che furono ugualmente splendenti grazie alla luminosità infusa in esse per mezzo del volto e della carne radiosi di Cristo.

È questo che Luca intende quando dice: “Le sue vesti erano bianche e scintillanti”. Gr. ἐξαστράπτων, cioè come un lampo, che emetteva raggi come un fulmine. Da qui si evince che nelle vesti di Cristo non c’era solo il bianco come la neve, ma anche uno splendore come un lampo. Il bianco, infatti, è il colore più perfetto; la luce, o splendore, è la più nobile di tutte le qualità sensibili; il fulmine ha la natura del fuoco ed è la più penetrante di tutte le cose.

Tropologicamente: le vesti di Cristo sono i Santi. Essi Lo adornano come abiti, e come neve sono casti e brillano per la loro purezza.

E a un tratto apparvero ad essi Mosè, ed Elia: vi chiederete perché apparvero questi due piuttosto che altri profeti? Maldonatus risponde: perché questi due precederanno il secondo avvento di Cristo al giudizio, quando verrà nella sua gloriosa maestà, di cui la Trasfigurazione era un tipo. Questo è vero per quanto riguarda Elia, ma è sbagliato per quanto riguarda Mosè, come ho mostrato in Ap 11, 3 e 4, dove ho dimostrato che Enoch, non Mosè, verrà con Elia contro l’Anticristo.

Dico allora che il motivo è che Mosè era il legislatore dell’Antica Legge, mentre Elia era il principe dei Profeti. Perciò egli rappresenta l’intero coro dei Profeti. Questi due apparvero dunque per dimostrare che Cristo era il vero Messia, il Salvatore del mondo promesso dalla Legge e dai Profeti.

Da Mosè viene mostrato che la Legge termina in Cristo, e la profezia da Elia; e che entrambi hanno compiuto la loro opera, e hanno lasciato il posto a Cristo come nuovo Legislatore e Profeta inviato da Dio, e promesso da tutti i Profeti, ma soprattutto da Mosè, con queste parole: “Il Signore tuo Dio susciterà in mezzo ai tuoi fratelli un Profeta simile a me; e io metterò le mie parole nella sua bocca”. (Deut. 18:18) Così SS. Girolamo, Crisostomo, Ambrogio. S. Girolamo aggiunge che Mosè ed Elia furono benedetti con questa visione, perché come Cristo avevano digiunato quaranta giorni e quaranta notti. Perciò Tertulliano, Origene, Nazianzeno e altri pensano che questa visione dell’Umanità di Cristo nella trasfigurazione sia stata rappresentata e promessa a Elia, quando Dio si manifestò a lui con il soffio di una leggera brezza (1 Re 19:12 Vulg.), e a Mosè, quando chiese di vedere il volto di Dio, e Dio gli disse: “Vedrai le mie parti posteriori, ma il mio volto non potrai vederlo”. (Esodo 33:23) Questo non può essere vero in senso letterale, ma solo in senso simbolico.

S. Tommaso (S. Th. III. 45, art. 3, ad 2) fornisce altre sei ragioni:

1. Poiché le folle dicevano che Egli era Elia, o Geremia, o uno dei Profeti, Egli prese con sé il capo dei Profeti, affinché dichiarasse la differenza tra il Maestro e i servi.

2. Poiché Mosè aveva dato la Legge ed Elia era zelante della gloria del Signore, essi, apparendo con Cristo, escludevano la calunnia dei Giudei, secondo cui Cristo era un bestemmiatore della Legge e aveva usurpato a se stesso la gloria di Dio.

3. Dimostrò di avere il potere di vita e di morte e di essere il giudice dei vivi e dei morti, perché aveva con sé Mosè che era morto ed Elia che era ancora vivo.

4. Perché, come dice Luca, parlavano della sua morte, cioè della sua passione e morte. Perciò, affinché, in riferimento a questo, rafforzi la mente dei suoi discepoli, porta davanti a loro coloro che si sono esposti alla morte per amore di Dio. Mosè, infatti, si presentò davanti al Faraone a rischio della sua vita, come Elia davanti ad Achab.

5. Perché desidera che i suoi discepoli imitino la mitezza di Mosè e lo zelo di Elia. 6. Perché voleva dimostrare che Egli era predicato sia dalla Legge che dai Profeti.

Vi chiederete: come e in che modo apparvero Mosè ed Elia? Tutti concordano sul fatto che fu lo stesso Elia ad apparire nel suo corpo. Infatti, Elia fu portato in cielo su un carro di fuoco ed è ancora vivo, affinché possa tornare a contendere con l’Anticristo. Dal Paradiso, dunque, o dal luogo in cui fu tradotto, fu improvvisamente trasferito da un angelo sul Monte Tabor, affinché potesse conversare con Cristo nella sua Trasfigurazione.

Riguardo a Mosè ci sono diverse opinioni che ho passato in rassegna sull’ultimo capitolo del Deuteronomio. È certo, come ho dimostrato, che Mosè è morto e non è ancora risorto. Alcuni pensano che non sia stato Mosè ad apparire veramente, ma un angelo con le sembianze di Mosè. Ma questo è certamente un errore, dice Suarez, perché Mosè è presentato come testimone di Cristo; e un testimone deve testimoniare nella sua persona. Nessuno degli espositori, quindi, dice che non si trattava di Mosè ma di un angelo, tranne la Glossa su Luca 9:30, che S. Tommaso ritiene sia tratto dall’autore de I miracoli della Scrittura (lib. 3, capp. 10 e 13). Jansen ritiene più probabile che questa glossa derivi da S. Agostino (lib. De cura pro mortuis), dove S. Agostino si dice dubbioso se le apparizioni dei defunti avvengano per mezzo di loro stessi o per mezzo di angeli; o piuttosto, come dice, in entrambi i modi. Ma non esprime alcun dubbio sull’apparizione di Mosè in questo luogo. Anche Calvino, pur affermando che è probabile che si tratti dello spettro di Mosè, aggiunge che è più probabile che si tratti della vera anima di Mosè. L’anima di Mosè fu quindi tradotta da un angelo dal Limbo alla terra.

E quando Mosè vi giunse, venne sul Tabor da Cristo, e assunse un corpo, o formato da un angelo dall’aria, come pensano Lyra, Salmeron e S. Tommaso, oppure riprese il proprio corpo, così da risorgere. Così l’anima di Mosè fu condotta da un angelo al suo sepolcro, e lì le sue ceneri furono raccolte dall’angelo e formate in un corpo, al quale la potenza di Dio riunì la sua anima. E così fu il vero e vivo Mosè, che l’angelo trasferì dal suo sepolcro al Monte Tabor. Era infatti necessario che, nel testimoniare Cristo, tutto fosse reale e solido, e che Cristo, risuscitando Mosè, dimostrasse di essere il Signore e il Giudice dei vivi e dei morti. Questa è l’opinione di Tertulliano, Origene, Irenio e altri, che Suarez cita e segue (3 p. q. 45, disp. 22, sect. 2). Se seguite questa opinione e supponete che Mosè sia risorto, dovete supporre che sia morto di nuovo e che sia risorto con altri dopo la risurrezione di Cristo. Cristo, infatti, è stato il primo di tutti a risorgere alla vita immortale.

Osservate che Cristo comunicò la sua gloria e il suo splendore a Mosè ed Elia. Per questo Luca dice: “Mosè ed Elia furono visti nella gloria”.

I quali discorrevano con lui: Luca aggiunge: e parlarono della sua morte. Il termine greco per decadenza non è ἔκστασις (come se si intendesse l’amore estatico di Cristo, che lo spinse alla croce, come alcuni pii hanno pensato), ma ἔξοδος, cioè l’uscita, cioè da Gerusalemme e da questa vita, attraverso la morte di croce sul Monte Calvario. Questo Mosè ed Elia hanno predetto a Cristo all’udienza degli Apostoli, affinché togliessero a loro e a noi l’offesa della croce.

È per questo che alcuni – come S. Crisostomo – invece di ἔξοδον leggono δόξαν, cioè gloria; perché sulla croce Cristo manifestò soprattutto la sua potenza e la sua gloria. Perciò in quel tempo il sole si oscurò, le rocce si spaccarono, la terra tremò.

E Pietro prendendo la parola disse a Gesù: Signore, buona cosa è per noi lo star qui (cioè piacevole, dolce e benedetto): se a te piace, facciamo qui tre padiglioni, uno per te, uno per Mosè, e uno per Elia.: Pietro qui – esultando nella gloria e, per così dire, inebriandosi – desiderava rimanere in essa e goderne sempre; per questo l’arabo traduce: è bene che restiamo qui. Damasceno osserva bene: “Non è bene per te, o Pietro, che Cristo si fermi lì: se lo facesse, non otterresti le chiavi del regno dei cieli, né la morte sarebbe stata abolita. Non cercare la felicità prima del tempo, come Adamo cercava di essere un dio”.

Teofilatto osserva: “Non dobbiamo dire con Pietro: è bene per noi essere qui, perché dovremmo” sempre andare avanti, e non rimanere in un grado di virtù e di contemplazione, ma passare ad altri.

Mi chiederete come faceva Pietro a sapere che le due persone che parlavano con Gesù erano Mosè ed Elia? Rispondo, innanzitutto, che avrebbe potuto riconoscerli da ciò che dicevano. Sembra infatti che Mosè abbia detto a Cristo: “Salve, Messia, Salvatore nostro! Tu sei Colui la cui Passione ho prefigurato con tanti sacrifici, specialmente con l’Agnello ucciso e la Pasqua. Elia potrebbe aver detto: “Tu sei Colui la cui risurrezione ho illustrato con il figlio della vedova che ho richiamato alla vita, e la cui ascensione ho prefigurato quando sono stato portato in cielo su un carro di fuoco”.

2. Pietro avrebbe potuto riconoscerli dal loro aspetto e dal loro abbigliamento, come erano descritti nella Scrittura e nella tradizione degli anziani. Così, Elia poteva essere riconosciuto dalla cintura di cuoio e dalla pelle di pecora con cui era solito vestirsi. Mosè poteva essere riconosciuto dal suo volto cornuto. In effetti, se possiamo credere a Origene, Mosè apparve con le tavole della Legge, Elia con un carro di fuoco.

3. Molto probabilmente Pietro li conosceva per ispirazione divina. Mi chiederete perché Pietro ha voluto che si facessero questi tre tabernacoli, visto che i beati non hanno bisogno di tabernacoli? Rispondo che Pietro lo disse verso la fine della Trasfigurazione, quando Mosè ed Elia stavano per partire, per poterli trattenere. Luca dice infatti: “E mentre si allontanavano da Lui, Pietro disse, ecc.”, come se dicesse: “Quanto è dolce e delizioso rimanere in questa visione! Perciò, o Cristo, non permettere che Mosè ed Elia se ne vadano; e affinché possiamo trattenerli, facciamo loro una dimora, un tabernacolo per ciascuno, in cui possano rimanere”. Era per loro, non per sé e per Giacomo e Giovanni, che desiderava che fossero costruiti i tabernacoli. Marco aggiunge: “Non sapeva quello che diceva”.

È come se Pietro, inebriato dalla dolcezza di questa visione, per poterla prolungare, dicesse, come se fosse privo di ragione, cose incongrue. Era in una sorta di delirio. E questo, in primo luogo, perché pensava che Cristo nella sua gloria, così come Mosè ed Elia, avessero bisogno di tabernacoli, e di tre tabernacoli, come se uno non fosse bastato. Inoltre, metteva Mosè ed Elia sullo stesso piano di Cristo.

2. Perché desiderava che Cristo rimanesse sul Tabor e che chiudesse su questo monte Colui che è il bene dell’universo.

3. Perché, essendo ancora soggetto alla morte e alla sofferenza, desiderava godere con Giacomo e Giovanni soltanto di quella beatitudine alla quale Dio, per mezzo di Cristo, intendeva portare una moltitudine innumerevole dopo questa vita.

4. Perché desiderava avere la gloria prima del lavoro, la corona prima della battaglia, la gioia prima della croce, quando a Cristo e ai cristiani spettava prima di tutto soffrire, per entrare così nella loro gloria. Perché la croce è la via e la scala della felicità.

5. Perché poneva la sua felicità nella visione dell’Umanità glorificata di Cristo, non nella visione della Divinità. Se, dunque, Pietro avesse visto la gloria della Divinità e l’abisso di ogni gioia e di ogni bontà, cosa avrebbe detto? Perché questa visione e questo piacere di Pietro erano sensibili e corporei, ed erano solo una briciola o una goccia in confronto alla gioia e al piacere che i beati provano nel vedere Dio, quando si immergono in Lui come in un mare di delizie e ne sono inghiottiti, secondo le parole del Salmo trentaseiesimo: “Saranno inebriati dal grasso della tua casa, e tu li darai a bere dal torrente del piacere”.

Inoltre, questa visione della gloria di Cristo, di Mosè e di Elia suscitò nei discepoli non solo un grande piacere, ma anche stupore e riverenza e una sorta di sacro timore. Per questo Marco dice che erano molto spaventati.

Prima che egli finisse di dire, ecco che una nuvola risplendente li adombrò. Luca dice: “Mentre parlava, venne una nube e li coprì; ed essi temettero di entrare nella nube”. Il che Tolo spiega così: Mentre Pietro dice Facciamo qui tre tabernacoli, la nube (contraddicendolo) si interpose tra Cristo, Mosè ed Elia da una parte e i discepoli dall’altra, e così li adombrò, cioè i discepoli; e la gloria di Cristo, che abbagliava gli occhi dei discepoli, fu mitigata dall’intervento di questa nube, in modo che Egli potesse essere visto più facilmente da loro. Ed essi, cioè i discepoli, temettero quando entrarono nella nube, cioè quando videro la nube che abbracciava Cristo e Mosè ed Elia, e loro stessi chiusi da essa. Temettero, dico, perché videro che erano all’esterno della nube, e perché erano soli, e non c’era nessuno che li difendesse in caso di male. Oppure temevano che Cristo, Mosè ed Elia andassero da un’altra parte, o che Egli fosse portato via da loro nel cielo, come era stato portato via Elia nel suo carro di fuoco.

2. Barradas pensa che la nube sia arrivata dopo la partenza di Mosè ed Elia, perché Luca aveva già detto a proposito di loro (versetto 33): “E mentre essi si allontanavano da Lui, Pietro disse, ecc. Dopo di che, la nube li oscurò, cioè Cristo e i discepoli, che rimasero soli. Ed essi temettero, perché si videro entrare nella nube, avvolti da essa, e non sapevano cosa stesse per accadere loro.

Invece di: mentre entravano nella nube (Lc 9,34), il siriaco traduce: “Quando videro Mosè ed Elia che entravano nella nube”. E invece di: “mentre si allontanavano da Lui”, l’arabo ha: “e quando volevano allontanarsi da Lui”.

Chiederete: da dove e perché c’era questa nube? La risposta è che fu creata da Dio attraverso lo strumento di un angelo, mediante la condensazione dell’aria e del vapore, affinché correggesse il desiderio di Pietro riguardo ai tre tabernacoli, mostrando che Cristo non aveva bisogno di tali cose, poiché il suo trono è una nube leggera e gloriosa. Perciò è più probabile che, come pensa Franc. Lucas, Pietro, Giacomo e Giovanni fossero all’interno e non all’esterno di questa nube, perché i discepoli erano vicini a Cristo, erano la sua casa e la sua famiglia. E proprio per questo motivo questi tre apostoli furono portati sulla cima del Tabor, affinché fossero testimoni sicuri per gli altri apostoli e per i fedeli di ciò che avveniva nella nube intorno a Cristo; e soprattutto potessero testimoniare la voce di Dio Padre: “Questo è il mio Figlio”. Perciò era necessario che essi vedessero e udissero tutte queste cose in modo chiaro e visibile, senza velo o nube, in modo da poter essere testimoni oculari e autografi, al di sopra di ogni sospetto di possibilità di essere stati ingannati o di essersi sbagliati.

Inoltre, la nube non è solo il velo, ma il simbolo della gloria di Dio. Per questo motivo, nell’antichità, Dio era solito manifestare agli Ebrei la sua incomprensibile maestà, come risulta da Esodo 19:9 e da altri passi.

Per questo la nuvola è chiamata l’ascesa o il carro di Dio (Salmo 104:3): anche il suo tabernacolo, il suo trono, la sede non solo della sua maestà, ma anche dell’onnipotenza di Dio e della suprema potenza del suo operare. Infatti, dalle nubi scaglia contro i suoi nemici grandine e trombe d’aria, tuoni e fulmini. (Salmo 18:12, &c.)

Perciò anche quando Cristo verrà a giudicare il mondo, verrà sulle nuvole del cielo. Questa nuvola, dunque, era come uno strumento per la voce di Dio Padre, un ornamento e una grazia per Gesù Cristo, e per gli Apostoli una copertura.

Inoltre, in riferimento a questa nube, Tolomeo ritiene che Cristo sia stato trasfigurato di notte, durante il sonno. Per questo, come dice Luca, gli occhi degli Apostoli erano pesanti: anche per questo la trasfigurazione di Cristo apparve più meravigliosa. Perché un così grande splendore è più meraviglioso di notte che di giorno. Ma altri, con maggiore probabilità, pensano che Cristo sia stato trasfigurato al sorgere del giorno. Essi attribuiscono due motivi: primo, perché ciò che fu fatto non sembrasse opera di magia o di spettri notturni. In secondo luogo, perché Cristo è venuto per le opere di luce e gli occhi degli Apostoli erano pesanti per la stanchezza. Infine, l’alba è al confine tra la luce e le tenebre. È un’ora deliziosa, e quindi simbolo di gloria.

La nube era luminosa…

1. Come indicazione della gloria di Cristo. Per questo Cajetan pensa che questa nube derivasse la sua luminosità dalla luce e dalla gloria del corpo di Cristo; o meglio, perché da essa era rappresentata la gloria e la maestà del Padre di cui si sentiva la voce. Per questo Pietro chiama questa nube (2 Pietro 1:17) l’eccellente gloria del Padre, che parlò da essa e che per mezzo di essa aumentò la gloria della trasfigurazione di Cristo. Questa nuvola era dunque piena di maestà e di gloria.

2. Per il significato della differenza tra l’Antica Legge e la Nuova. Nell’Antica Legge, Dio appariva agli Ebrei in una nuvola nera, perché quella Legge era piena di ombre e di terrori. Nella Nuova Legge, Egli appare in una nube luminosa, perché la Nuova Legge porta verità, gloria e amore. Così S. Crisostomo, Teofilatto e Damasceno sulla Trasfigurazione.

Ed ecco dalla nuvola una voce, che disse: “Questi è il mio Figliuolo diletto, nel quale io mi sono compiaciuto; lui ascoltate” La voce, cioè, di Dio Padre a Cristo. Osserva: 1. con S. Crisostomo, Ambrogio, Tolomeo e altri, che è chiaro da Luca 9, 34 e seguenti che questa voce risuonò da una nuvola alta sopra la terra. Per questo motivo S. Pietro nella sua Epistola ne parla come di una voce proveniente dal cielo. Deve essere arrivata dopo la partenza di Mosè ed Elia. E con questo scopo, affinché fosse perfettamente chiaro e certo per gli Apostoli che questa voce era rivolta solo a Cristo, e non a Mosè o a Elia, che ormai se ne erano andati, in quanto questa voce era un’opera, ad extra, per usare l’espressione usata dai teologi, procedeva da tutta la Trinità. La voce è stata formata da un angelo, poiché Dio si serve dei suoi angeli per queste opere esteriori.

2. Che in questa trasfigurazione, così come nel Battesimo di Cristo, la Trinità è stata rappresentata simbolicamente. Lo Spirito Santo era rappresentato dalla nube, il Padre dalla voce, il Figlio dalla gloria e dallo splendore divini, con i quali si manifestava anche l’incarnazione del Verbo Infatti, Cristo fu visto come uomo e lo splendore e la voce di Dio Padre significarono che era anche Dio. Lo Spirito Santo era rappresentato dalla nube, perché, come una nube luminosa, illumina l’uomo, lo protegge e lo rende fecondo di ogni opera buona. Inoltre, benedice e glorifica. Così, nel Battesimo di Cristo, lo Spirito Santo è apparso sotto forma di colomba, perché nel Battesimo dona l’innocenza. Ma nella Trasfigurazione, che è un tipo di risurrezione, si presentò sotto l’aspetto di una nube, perché dava allora, e darà nella risurrezione, sicurezza da tutti i mali.

Questo è il mio amato Figlio: “Due parole piacevoli”, dice S. Cipriano (de Baptismo), “Figlio e Amato, provenienti dalla bocca di Dio, sono impresse nei nostri sensi, affinché l’associazione dei nomi ci unisca nella comunità dei doni, e tali grandi nomi di dolcezza addolciscano le nostre menti e accendano l’ardore della devozione”. Inoltre, “Dio Padre non ha detto: «In questo c’è mio Figlio», per evitare che l’uno e l’altro, essendo separati, siano ritenuti divisi; ma che, secondo la dispensazione della loro unione, siano semplicemente considerati uno e lo stesso”, dice il Concilio di Efeso.

Amato, siriaco, amatissimo. C’è un’allusione al Salmo 29,4. “La voce del Signore è nella magnificenza, &c., e amato come un figlio degli unicorni”. Ho spiegato le varie analogie tra Cristo e l’unicorno in 2 Pt 1,17.

Ascoltatelo, non Mosè, che se n’è andato, ma Cristo, come nuovo legislatore della Nuova Legge. Queste parole, ascoltatelo, non sono state dette di Cristo al momento del Battesimo, perché allora si mostrava per la prima volta al mondo; ma ora viene presentato come Maestro e Legislatore. Pertanto (come sostengono Tertulliano, S. Leone, Damasceno e altri) queste parole denotano l’abrogazione dell’Antica Legge e l’inaugurazione della Nuova.

Udito ciò, i discepoli caddero bocconi per terra, ed ebbero gran timore. 1. Perché questa nube sembrava loro presagire qualcosa di nuovo, strano e divino.

2. Perché (come dice il siriaco) videro Mosè ed Elia allontanarsi ed entrare nella nube, e attraverso di essa sparire dalla loro vista.

3. Ebbero paura quando udirono la voce, perché (come dice Abulensis) era forte come un tuono; e sebbene fosse una voce dolce, il suo riverbero li terrorizzò. Così anche S. Efrem dice: “Al suono di questa voce gli Apostoli caddero a terra, perché terribile era il tuono e la voce scuoteva la terra”. E S. Girolamo dice: “La debolezza umana non può sopportare la vista di questa grande gloria; tremando sia nella mente che nel corpo, cade a terra”. Origene, S. Crisostomo ed Eutimio aggiungono che, colpiti dalla paura, caddero sulla faccia per adorare Dio e supplicarlo affinché il tuono e il lampo non li colpissero.

Ma Gesù si accostò ad essi, e li tocco, e disse loro: Alzatevi, e non temete. 8 E alzando gli occhi non videro nessuno, fuori del solo Gesù. questo significava simbolicamente che la Legge e i Profeti erano scomparsi ora che Cristo era presente, e che rimaneva solo Colui che portava agli uomini la vera luce del Vangelo. Ancora: questa gloria e questa delizia della Trasfigurazione passarono rapidamente, ma Cristo voleva mostrare che tutte le cose di questo mondo – anche quelle alte e divine – sono transitorie, ma che in Cielo saranno eterne, in modo che noi possiamo anelare ad esse; perché sulla terra tutte le cose sono misurate dal tempo, ma in Cielo possiedono un’eternità duratura.

Nota: i SS. Matteo, Marco e Luca raccontano la storia della Trasfigurazione in modo diverso; ma di seguito riportiamo una serie e un ordine di circostanze che riconcilieranno gli Evangelisti l’uno con l’altro.

1. Cristo pregava. Nel frattempo, i discepoli, appesantiti dal sonno per la fatica dell’ascesa al monte e per la lunghezza della preghiera di Cristo, mentre dormivano, si trasfigurò.

2. Giunsero Mosè ed Elia e parlarono con Cristo della sua morte in croce, che avrebbe compiuto a Gerusalemme.

3. Gli Apostoli, destati dal sonno per il chiarore e il parlare, videro la gloria di Cristo e Mosè ed Elia che conversavano con Lui.

4. Quando la conversazione terminò ed essi fecero come se stessero per andarsene, Pietro, per così dire inebriato di piacere e addolorato per la loro partenza, cercò di fare tre tabernacoli.

5. Quando gli Apostoli, spaventati, caddero a terra, furono subito confortati e rialzati da Cristo e, alzando gli occhi, videro solo Gesù.

E nel calare dal monte, Gesù ordinò loro dicendo: Non dite a chicchessia quel, che avete veduto, prima che il Figliuol dell’uomo sia risuscitato da morte: Non solo al popolo, come dice S. Girolamo, ma nemmeno agli altri Apostoli, per non dare loro occasione di dispiacere o di invidia per non essere stati presenti con Pietro, Giacomo e Giovanni alla Trasfigurazione. Così Damasceno: “per evitare che la follia dell’invidia portasse il traditore alla furia”. Per questo Marco dice che si tennero la questione tra di loro.

Il motivo per cui Cristo impose loro questo silenzio era che sarebbe venuto il momento opportuno per la rivelazione di questo mistero; e perché gli Apostoli lo avrebbero capito e creduto quando – dopo la sua passione e morte, in cui sarebbero stati scandalizzati e turbati – stavano per vederlo risorgere nella gloria, di cui questa Trasfigurazione era un tipo.

Infatti, con la risurrezione di Cristo stavano per capire con certezza che Cristo ha subito la morte di croce per noi – non perché costretto, ma volontariamente, per il suo grande amore; e che ora – dotato di gloria – verrà a giudicare alla fine del mondo e incoronerà con la stessa gloria coloro che (sul suo esempio e precetto) hanno rinnegato se stessi, hanno sopportato la croce e, seguendolo, hanno perso la vita per amore di Lui.


[1] Forse Cornelius a Lapide allude al precedente Mt 16,28: “In verità io vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non moriranno, prima di aver visto venire il Figlio dell’uomo con il suo regno»”.

[2] Christian Kruik van Adrichem (latinizzazione: K. Ch. Adrichomius; Delft, 13 febbraio 1533 – Colonia, 20 giugno 1585) è stato uno scrittore e presbitero olandese. Venne ordinato prete del Convento di Santa barbara nel 1566, ma fu espulso in seguito alla Riforma protestante. Durante la sua vita scrisse due opere: Vita Jesu Christi ex quattuor Evangelistis breviter contexta e Theatrum Terrae Sanctae et biblicarum historiarum. Quest’ultimo lavoro fornisce una descrizione della Palestina e delle antichità di Gerusalemme e una cronologia da Adamo fino alla morte dell’apostolo Giovanni, avvenuta nel 109 d.C. (fonte: Wikipedi)