Gli errori e le tragiche implicazioni di Traditionis custodes

Ricordo, come fosse oggi, alcune parole del Servo di Dio, Padre Tomas Tyn OP, rivoltemi, nel corso di una conversazione privata, 40 anni fa circa: «Vede, caro don Morselli, i modernisti dicono: “Che bello, è cambiato tutto” e gli pseudo-tradizionalisti: “Che tragedia, è cambiato tutto”; qual è l’errore di fondo? La Chiesa non cambierà mai la sua sostanza, né in un senso né in un altro».

Naturalmente questa frase va precisata, a scanso di equivoci: a monte delle affermazioni di P. Tomas, ci sono le premesse di una buona metafisica, per cui una certa sostanza, se cambia la forma sostanziale, non è più la stessa e la sostanza precedente è distrutta.

Dice, infatti, San Tommaso che c’è “…in ogni cosa la tendenza naturale a conservare il proprio essere: ora, questo essere non si conserverebbe se venisse trasformato in un’altra natura”[1]

È ancora più a monte ci sono le premesse di fede, ovvero le promesse del Salvatore: “Non praevalebunt” (Mt 16,18), e quindi la Chiesa, pur nel suo sviluppo, pur nel viaggio verso quel giorno in cui la Gerusalemme celeste discenderà dal cielo “pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (Ap 21,2), quando gli Angeli diranno “La sua sposa è pronta” (Ap 19,7), sarà sempre Lei: in quel matrimonio non avverrà alcun “scambio di persona”.

Se la Sposa rimane integra e medesima, non di meno il suo vestito è stato sporcato nel corso dei secoli: di sangue dai persecutori, di fango dagli eretici. Fino alla rivolta protestante, ciò è avvenuto principalmente dall’esterno; fino a Lutero era chiaro chi era dentro e chi era fuori; si poteva dire degli eretici tranquillamente: “Sono usciti da noi ma non erano dei nostri” (1Gv 2,19). Ma a partire dal giansenismo, fino al modernismo dei primi del ‘900 e al neo-modernismo contemporaneo, quelli che erano usciti sono rientrati, oppure sono rimasti ben nascosti, cercando di colpire la Sposa da dentro.

Quello che San Giovanni poteva dire degli eretici normali, cioè “sono usciti perché fosse manifesto che non tutti sono dei nostri” (Ibidem), non si può più dire dei modernisti: “questi non sono usciti – anzi, sono rimasti materialmente dentro -, simulando di essere dei nostri, anzi, volendo far credere di essere i veri nostri”.

Ma Lei, la Chiesa, rimane sempre la stessa: anche se Le sporcano il vestito da fuori, se la colpiscono con le persecuzioni cruente, se la tentano con le eresie, o se la tradiscono (Giuda novelli) da dentro.

La Chiesa rimane la stessa, anche se nel suo Corpo Immacolato ci possono essere delle cellule tumorali. Una cellula tumorale era una cellula umana (sono usciti da noi…) ma quando perde la propria differenziazione (in metafisica si direbbe la sua forma, forma di cellula di un dato organo) e si moltiplica – cioè agisce – senza ordine e regola, rimane dentro l’uomo, ma non è più umana; è più estranea all’uomo che umana.

Così il modernista: si annida, sfigura la Chiesa, la fa soffrire, fino a farla agonizzare, ma la Sposa dell’Agnello è sempre Lei, e le metastasi la possono invadere, ma non sono cellule Sue: le cellule tumorali si trasmutano in alteram naturam, ma il Corpo mistico no: non praevalebunt.

E pur nella sofferenza, anche sotto attacco, il giorno delle nozze non può che avvicinarsi, contemporaneo al giorno della definitiva caduta di Babilonia; e la Sposa è sempre la stessa.

Ma di fronte a questo mistero, il tumore modernista è occasione di scandalo: La sposa è cambiata! Sarebbe cambiata – questa è la bestemmia – Colei che è stata scelta ante constitutionem mundi (cf. Ef 1,4).

Il pensiero che la Sposa sia cambiata è stato descritto da Benedetto XVI, nella Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre (10-3-2009), con queste parole:

“Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 – ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità [San Pio X]…”.

Cioè: la Chiesa e la Sua fede non sono cambiate dopo il Concilio, e non era tutto bene prima, e tutto male dopo.

“…Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive”.

Cioè: la Chiesa e la Sua fede non sono cambiate dopo il Concilio, e non era tutto male prima, e tutto bene dopo.

C’è dunque un unico grande filo conduttore, un’unica indefettibile fede della Chiesa, proposta a credere a partire dal discorso di San Pietro il giorno di Pentecoste fino all’ultimo insegnamento dell’ultimo Papa.

Da questa verità è nato tutto lo sforzo di Benedetto XVI di indicare una pur crocifiggente ermeneutica della riforma e della continuità, perché ogni ermeneutica della rottura, sia essa tragica (pseudo-tradizionalismo), oppure entusiasta e impaziente nelle aspettative di sempre più nuovi e rivoluzionari paradigmi (neo-modernismo), decreterebbe che la Sposa, con la sua fede nello Sposo, accolta nel suo cuore, è cambiata e che non più la stessa.

E allora, siccome ciò che contiene massimamente in sé la fede della Chiesa, con tutti gli altri suoi tesori spirituali, è la S. Messa, il filo conduttore unitario deve essere ritrovato anche in una pace liturgica tra i nuovi riti e quelli più antichi, praticati per molti secoli.

Giustamente Benedetto XVI scriveva, nella Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della lettera apostolica “motu proprio data” Summorum pontificum:

“Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso”.

A mo’ di conclusione, possiamo trovare tanti aspetti negativi in Traditiones custodes; ne elenco tre: due gravi e un terzo gravissimo, di una portata inimmaginabile prima d’ora.

1) La pretesa che la Liturgia del 1962 sia stata concessa solo per riguardo a “vecchi nostalgici”: “«facilitare la comunione ecclesiale a quei cattolici che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche» e non ad altri” afferma Francesco.

Si evince, da tanti testi in materia, che questo riduzionismo è assolutamente non conforme al vero: basta leggere ad esempio, alcune frasi della Istruzione sull’applicazione della Lettera Apostolica Motu Proprio data «Summorum Pontificum», della Pontificia Commissione Ecclesia Dei (30-4-2011): l’istruzione esordisce con queste parole:

“La Lettera Apostolica, Summorum Pontificum […] ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana”.

Il § 8 dello stesso documento afferma:

“Il Motu proprio si propone di:

a) offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare;

b) garantire e assicurare realmente a quanti lo domandano, l’uso della forma extraordinaria, nel presupposto che l’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962 sia una facoltà elargita per il bene dei fedeli e pertanto vada interpretata in un senso favorevole ai fedeli che ne sono i principali destinatari;

c) favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa”.

2) La giustificazione del “colpo di spugna” sulla base di abusi nell’uso del Summorum Pontificum: ammesso e non concesso che tali abusi siano così preoccupanti, se una cosa è un bene, non ne consegue che siamo obbligati a togliere quel bene perché qualcuno ne ha abusato. La fioritura di congregazioni Ecclesia Dei che straboccano di vocazioni, la diffusione del rito in un pubblico giovane, un’analisi onesta del fenomeno mostra che gli abusi sono solo un pretesto per colpire, simile alle argomentazioni del lupo contro l’agnello nella famosa favola di Fedro.

3) Ma soprattutto questa lettera conferma nell’errore la Fraternità S. Pio X, di fatto dichiarando che la Chiesa di oggi e la liturgia antica sono incompatibili; e se la Chiesa di oggi viene dichiarata incompatibile con una forma liturgica plurisecolare, allora si dichiara anche che la Chiesa è cambiata, “transmutaretur in alteram naturam”, direbbe San Tommaso, cioè sarebbe finita, non sarebbe più Lei, perché avrebbe cambiato la forma sostanziale. E la FSSPX non può che andare a nozze.

Concludo con una frase del Papa emerito, dalla Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei quattro vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre:

“Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità [la FSSPX] molte cose stonate – superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi – in questo caso il Papa – perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo”.


[1] Iª q. 63 a. 3 co: “Inest enim unicuique naturale desiderium ad conservandum suum esse, quod non conservaretur, si transmutaretur in alteram naturam”.


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