La teologia come «amicizia»

di Don Nicola Bux*

Si studia teologia a partire da un’amicizia. È il sorprendente esordio di questo studio di don Nicola Bux, dell’arcidiocesi di Bari, liturgista, autore di importanti saggi teologici sulla riforma liturgica. Infatti, soggiunge, non ci appassioniamo a uno studio se non incontriamo chi ce lo faccia amare.

L’incontro non è esterno al metodo, è il metodo. L’intelligenza della fede dipende dall’esperienza dell’incontro con Cristo. Per studiare teologia occorre imparare innanzi tutto la dottrina, comprenderla, e, se non se ne capiscono le ragioni, cercare un maestro autorevole che è tale quando attira molti cuori, ma rimanda immediatamente a Cristo e alla Chiesa, non a sé stesso. La Chiesa ha bisogno di chi renda ragione della verità oggettiva e della fede. Il clero adeguatamente formato costituisce un vantaggio per la missione pastorale. La tradizione teologica ha anche il compito di risanare la ragione in filosofia. «La ragione deve permettere di entrare in un atmosfera che si raccorda con la fede, nell’unità tra studio e magistero; un clima che fa vedere l’unità della vita». Non va, infine, trascurato il richiamo alla mistica autentica, che non può essere astrazione dal reale, ma lo stare costantemente alla presenza del Mistero. Lo studio della teologia, conclude Bux, guida a «salire» verso un fine, per questo è anche ascesi, e serve alla vita spirituale: lo studio è costitutivo del rapporto con Dio. Perciò, se la teologia non diventa adorazione di Dio, non è discorso su Dio né con Dio. Questo costruisce una Facoltà Teologica come «scuola».

Ho partecipato ad alcuni seminari su come studiare teologia, traendone non pochi spunti per quanto vado qui a proporre. Prima di affrontare come si studia la teologia, bisogna dire perché si studia. Molti non lo sanno, studenti di teologia compresi. È il primo punto, costituito da un antefatto: l’amicizia. La precedenza dell’amicizia sulla teologia si prova col fatto che «fai amicizia» con l’autore attraverso lo studio del suo pensiero, quindi nasce una sorta di feeling con lui. Non diremo nulla di nuovo: un esempio è quello dei santi Basilio e Gregorio Nazianzeno[1]. Più vicino a noi, penso alla parte finale della vita di Hans Urs von Balthasar e Henri de Lubac: un’amicizia, approfonditasi con l’elezione di Karol Wojtyla al soglio di Pietro, considerata come una conferma di quanto essi avevano separatamente raccolto; essa si estese ulteriormente a Joseph Ratzinger. Quindi, primo punto: l’amicizia.

Secondo punto: il rapporto tra sapienza e grazia. Lo stile teologico deriva dall’incontro tra sápere e sapere. Noi chiediamo allo Spirito recta sápere perché il nostro sapere riceva la consistenza di cui abbisogna.

Terzo punto: il rapporto tra l’avvenimento di Gesù e l’atto dell’umana libertà: Benedetto XVI lo ha

esaltato in molteplici occasioni. Cristo ha scelto di comunicarsi attraverso non un’idea, ma una precisa forma storica, che richiede la libera risposta dell’uomo. La testimonianza di ciò è proprio data dall’incontro che genera l’amicizia. Diveniamo amici, non perché ci siamo scelti o perché l’umana simpatia ci ha avvicinati, ma perché abbiamo riconosciuto, nel cammino della nostra vita, il volto che il Signore ci poneva davanti. Ne ho fatto esperienza, dall’inizio del mio percorso di preparazione al sacerdozio, nell’incontro con don Filippo Santoro, don Luigi Negri e don Alberto Strumia; quindi, all’Istituto Orientale, con i gesuiti Miguel Arranz e Thomas Spidlik; successivamente, quello con i francescani David Jaeger e Adriano Garuti. Padre Garuti, mi fu introdotto nel 1997, dal cardinal Ratzinger, in occasione della presentazione di un mio

libro (era il capo ufficio della sezione dottrinale nella Congregazione per la Dottrina della Fede), dicendo: «Vorrei che diventaste amici». La nostra amicizia si è sviluppata, sia col «leggerci», pubblicare e coinvolgerci l’un l’altro in avventure del pensiero e della vita ecclesiale, sia promuovendo una «scuola» coi giovani incontrati nell’insegnamento.

Quarto punto: siamo in un clima culturale dominato dal pensiero debole, dal relativismo. Ma il fatto che insorga l’amicizia, significa che è possibile condividere il pensiero. Quindi, l’amicizia è una via privilegiata per pensare la realtà: «La realtà è Cristo» (Col 2, 17): una frase paolina, molto citata da don Luigi Giussani.

Quinto punto: non si dà un soggetto unitario, senza una comunione vissuta. Giovanni Paolo II ha affermato: «Se manca l’esperienza della comunione viene meno la condizione dell’esercizio dell’intellectus fidei»[2]

Si studia a partire da un’amicizia, da un rapporto tra teologia e amicizia, che non è una cosa da fare, è un fatto, cioè viene prima. C’è prima un’amicizia che in tempi e modi diversi si è configurata. Su questa base non solo possiamo, ma dobbiamo operare. L’amicizia teologica è funzionale al nostro impegno nella Chiesa.

È una cosa che continua e si sviluppa, che non muore se qualcuno viene chiamato ad altri incarichi.

È un’amicizia che ha il connotato della cattolicità, nel senso di organicità del progetto e nel senso della tradizione ricevuta nel suo insieme: è un movimento, un trádere, un trasmettere quanto ricevuto. Solo se noi risaliamo al pensiero sorgivo cristiano, possiamo pensare al confronto con altre religioni[3].

Occorre ridirsi tutto ciò. Il richiamo costante all’essere è necessario, perché non si scambi lo studio

teologico con una tra le tante cose. Bisogna ridare ai giovani di oggi le coordinate fondamentali di dove si trovano e cosa stanno facendo, perché provengono da un profilo antropologico differente. Hanno un diverso modo di comunicare che fa superare le categorie spazio-temporali di un tempo, che delinea una nuova antropologia, alla quale bisogna rispondere.

Non ho trovato nulla di meglio, se non le tre premesse di Giussani: realismo, ragionevolezza e

moralità nella conoscenza[4]. Abbiamo non pochi colleghi «immorali nella conoscenza» che, pur di

non venire meno alla posizione assunta, negano l’evidenza.

La moralità nella conoscenza è amare la verità più di sé stessi. Tutti questi elementi vanno

presupposti, proponendo la lettura di Fides et Ratio e di Veritatis Splendor, encicliche fondamentali del magistero intellettuale di Giovanni Paolo II. La morale come rapporto con l’avvenimento di Gesù, e l’atto della libertà umana: l’uomo di fronte allo splendore della verità che si manifesta. Ma è dentro un incontro che l’io va richiamato e rinnovato. C’è una radice comune, importante e remota che ci ha fatto incontrare. Questo, non solo non dà minore scientificità al lavoro, ma è importante per far capire da dove stiamo partendo.

Solitudine davanti al libro

Normalmente il giovane studente di teologia, il seminarista medio, si trova, solo, davanti a un libro, non soltanto culturalmente, ma anche umanamente, segnato talvolta da esperienze traumatiche: occorre, quindi, fare un’esperienza della fede, non solo emotivamente, ma esistenzialmente vissuta, attraverso la vita sacramentale. Egli deve poter ritrovarsi con la Chiesa, con Cristo; deve potere ricevere una pista attraverso cui educare la propria ragione, fino al punto di riconoscere un’amicizia quando accade, e non scansarla attraverso un pregiudizio. Per prendere in mano un libro, occorre un metodo. Bisogna introdurre, non solo a come studiare teologia, ma anche a rispondere agli atteggiamenti: il desiderio della verità, la tendenza a superare gli esami per giungere a un altro obiettivo, sentirlo come strumento per una pastorale efficace. Occorre una risposta a ognuna di queste tendenze; occorre imparare innanzitutto la dottrina, comprenderla, e se non se ne capiscono le ragioni, cercare un maestro autorevole, che è tale quando attira molti cuori ma rimanda immediatamente a Cristo e alla Chiesa, non a sé stesso. Il maestro, inoltre, suscita dei discepoli e nasce la comunità. Se l’intellettuale è davvero tale, allora è maestro e genera discepoli. Il maestro implica una comunità di persone che ricevono, che seguono e che danno.

La teologia non ha alcun senso se non rimanda a Cristo; il dramma è che Gesù Cristo, nelle Facoltà Teologiche, rischia di diventare un «complemento di arredo».

Perciò, vanno additati i cattivi maestri, oltre a quelli da seguire. Quando accosti un corso o un libro, non è che tu dipenda spiritualmente da quel personaggio, ma solo intellettualmente. Non è proibito che tu ti accorga che ci siano frasi dubbie, e si chiedano chiarimenti al professore. Altrimenti, certe posizioni hanno conseguenze nefaste e si insinua nella teologia il pensiero debole. È fondamentale l’atteggiamento di umiltà profonda, seguendo san Tommaso, che citando lo pseudo-Ambrogio, diceva: «Veritas quocumque dicatur e Spiritu Sancto est».

Non nascondiamo altri atteggiamenti: si studia per curiosità o per essere conosciuti, cioè per vanità, o per vendere la propria scienza – e questo è ignobile mercato -; ma, anche per costruire, e questa è carità[5].

È necessario studiare per amore a Cristo e alla Chiesa, sentire cum Ecclesia. La Chiesa ha bisogno di chi renda ragione della verità oggettiva e della fede. Ora, occorre che i vescovi non temano i giovani, seminaristi e preti, che chiedono di studiare. Il clero adeguatamente formato costituisce un vantaggio per la missione pastorale. Per una buona omelia, che non vada contro il Catechismo e contro la ragione, si devono avere chiari i fondamenti. Non si può insegnare come studiare teologia, prescindendo dal Catechismo, e seguendo solo la moderna teologia.

Taluni sostengono che sono i teologi a produrre il magistero: no, i teologi possono avere un carisma profetico, ma il magistero appartiene alla gerarchia. Le deformazioni ci sono state e ci saranno, però l’importante è reagire. La vocazione del teologo è ecclesiale, non può isolarsi dalla dottrina. Il problema della teologia come studio ecclesiale, e poi come vocazione, per chi farà il teologo, resta; nella situazione odierna, richiamare questo aspetto non è assolutamente secondario: significa dare fiducia a un’autorità che non sono io; le do fiducia, perché le appartengo, e appartenendo, prendo più sul serio quello che penso. L’eretico prende più sul serio sé stesso piuttosto di ciò che pensa Colui al quale appartiene.

Dobbiamo ammettere che molti teologi odierni partono dal presupposto dell’inferiorità del cristianesimo e della fede rispetto alla cultura e al mondo. Questa posizione nasce dalla contrapposizione dell’io rispetto al noi della Tradizione. Quanto più affondo nel «noi» tanto più il mio io fiorirà.

Per questo la comunione è la condizione, non è una sorta di liana appesa tra due cigli di un burrone, sulla quale crogiolarsi, ma un legame che permette alla fede di tradursi nella missione, che riceve linfa dalla testimonianza dei santi[6]. Se esistiamo, è perché abbiamo due genitori: è la natura che lo stabilisce.

Che l’appartenenza alla Chiesa si documenti in rapporti o in comunità, è costitutivo della stessa Chiesa, esattamente come la natura.

La teologia è «intellectus fidei».

Gli studenti hanno bisogno di maestri che insegnino la dottrina sicura, sana e pura (cfr Tit 2, 1-10).

Invece, nelle Facoltà Teologiche, si additano come maestri Panikkar e la sua opera Il Cristo sconosciuto dell’induismo, senza indicare che cosa in essa sia cattolico e che cosa non lo sia. Così, il pensiero, sorgivo cristiano è snobbato e non conosciuto. E una questione non più eludibile, se si vuole formare al cattolicesimo. Il cardinal Giacomo Biffi ebbe a osservare, quando fu pubblicata la Dichiarazione Dominus Jesus, che non era mai successo, in duemila anni, che la Chiesa dovesse ridire che Gesù Cristo è l’unico Salvatore[7]. Questo testo, insieme a quelli di Joseph Ratzinger, Fede, Verità e Tolleranza[8] e Gesù di Nazareth, sono fondamentali, non solo per impostare il rapporto tra fede e cultura, ma per il metodo teologico: servono a studiare teologia, senza cadere nella parcellizzazione che ha disorientato e provocato ampi dissesti nella teologia cattolica.

È importante, a questo punto, insistere sulla formazione umana: la prima delle quattro dimensioni della formazione, nella Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis. Poi, non è possibile che un seminarista non sappia nulla delle problematiche tra scienza e fede, che non si dia una formazione musicale, che non si applichi a studiare le lingue; tutto questo contribuisce alla formazione umana.

Va guardata criticamente, inoltre, quella riflessione teologica che ha cercato di assottigliare la distinzione tra naturale e soprannaturale. Nella Cristologia, il Cristocentrismo è fondamentale, ma quando diventa radicale, come quello di Barth, non v’è più posto per filosofia, apologetica e conoscenza naturale di Dio. La centralità di Gesù Cristo va compresa secondo il dogma di Calcedonia. Gli articoli del Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 89 (tra i dogmi e la vita spirituale c’è un legame organico) e n. 90 (nesso tra i dogmi e Cristo), sono consoni a questa premessa, perché non si pensi che studiare teologia sia un’altra cosa rispetto alla vita di fede.

Si dice pure che la teologia non è un affare per addetti ai lavori: va chiarito. Che ogni cristiano sia chiamato a un’intelligenza della fede o, come dice la liturgia orientale, che la liturgia ci fa filosofi è vero: la teologia è intellectus fidei, è un rimando alla fede e al Mistero che la include: dipende, appunto, dal sapere perché e come si studia. Bisogna, stare in guardia, con chiarezza, dalla tendenza gnostica di buona parte della teologia odierna. Invece, l’intelligenza della fede dipende dall’esperienza dell’incontro con Cristo; non è necessario l’approfondimento intellettuale, com’è accaduto per tanti santi. Pensiamo alla capacità catechistica del santo Curato d’Ars, che non aveva vocazione intellettuale.

Spiegata in termini tomistici: nella natura umana c’è interazione tra intelletto e sensi, tra conoscenza, intelletto e volontà. Se non ti accorgi di qualcosa, non puoi conoscerla. Quando ti rendi conto di qualcosa di vero, ti affascina, entra dentro di te e lo vedi come bonum, e allora ti attrae e tu ti avvicini. Se non fai un incontro, la cosa non ti si pone neanche come bene. Non ci si appassiona a uno studio, se non incontriamo chi ce lo fa amare. L’incontro non è esterno al metodo, è il metodo! Questa è la ragione più comune, portata da chi non sa la matematica: non ho incontrato uno che me l’abbia fatta amare.

Il metodo dell’incontro

L’amore alla sapienza, passa attraverso un incontro, che sia un libro o una persona. Dobbiamo dare un giusto spazio a questo metodo, perché nessuno pensi che ci si appassioni allo studio per sport o altro.

Nel rapporto tra fede e ragione, tra filosofia e teologia, il primo punto è costituito dal metodo della teologia, che suppone l’assunzione di un «alfabeto» fatto di strumentazione, nozioni e mens da parte di chi si accosta a questo studio. Dati questi presupposti, c’è un atteggiamento che dovrebbe accomunare chi studia filosofia e chi lavora nella teologia. Nella scuola medievale, il maestro poneva la quaestio, poi toccava agli studenti cercare la soluzione: è la mens. Si ritorna ai fondamenti del sentire cum Ecclesia: se il magistero dice che occorre sanare la ragione in quanto ragione, lo studente deve affrontarlo subito, non al termine degli studi. Occorre suscitare le domande che la Chiesa pone a chi studia e a chi ricerca, altrimenti lo studente è senza radici e fa per conto suo, senza tenere in considerazione la Chiesa. Questa non è un’opzione del soggetto. Siccome, oggi, prevale la svalutazione della ragione, è fondamentale l’enfasi su ciò che, in un determinato momento storico, la Chiesa crede e propone a credere, perché essa deve rispondere alla domanda dell’uomo, in ogni tempo. Uno dei compiti della fede, e non il meno importante, è il risanamento della ragione come ragione. È vero che la fede suppone la ragione, che alla base della teologia sta lo studio filosofico, ma è vero che c’è anche un bagaglio di storia della fede, della teologia, che ha saputo offrire una sintesi di pensiero, che giunge a quanto la ragione non vede più.

Quindi, si tratta di riflettere sullo stato della filosofia oggi, in rapporto allo stato della teologia. In passato, la filosofia era considerata ancilla theologiae, quindi serviva laddove era utile, e dove non lo fosse stata, non era usata. Antonio Livi ha messo magistralmente in luce le incompatibilità di alcune correnti filosofiche rispetto alla teologia, che altrimenti ne viene viziata alla radice[9]. Sono le preoccupazioni di Giovanni Paolo II (e di Joseph Ratzinger) nell’enciclica Fides et ratio. La fede è il risanamento della ragione come ragione. La tradizione teologica ha il compito di risanare la ragione in filosofia.

Sintetizzando la funzionalità della ragione e l’atto della fede, si sintetizzano una visione e un sistema teologico. Per applicare la ragione alla teologia (patristica, scolastica, moderna, contemporanea) si deve far riferimento allo schema del capitolo quarto della Fides et ratio. La ragione deve permettere di entrare in un’atmosfera che si raccorda con la fede, nell’unità tra studio e magistero; un clima che fa vedere l’unità della vita, introducendo i dati di fondo e le coordinate.

Lo studio razionale della Rivelazione

I criteri per un corretto studio razionale della Rivelazione soprannaturale sono il secondo punto. Credo sia molto urgente sottolineare – una verità spesso dimenticata ai nostri giorni – che noi cattolici ci basiamo sulla Rivelazione soprannaturale. L’edulcorazione e quasi l’annullamento della distinzione tra naturale e sovrannaturale ha pervaso moltissimi. In molta teologia odierna, non si afferma più che Dio è l’Autore della Sacra Scrittura[10]. Ora, il primo dei criteri, è proprio la soprannaturalità. Poi, che tra i due tomismi del ventesimo secolo, concettualismo e trascendentalismo (Cajetano e Marechal), vi sia stata un’eccessiva enfasi della proposizione dell’atto di fede, col rischio di cadere nel nominalismo, non giustifica il fatto che, oggi, si privilegi l’interpretazione fino all’eccesso.

Inoltre, negli ultimi decenni, si sono introdotti i teologi orientali: occorre non considerarli acriticamente. Siccome Y. Congar disse che l’Occidente aveva dimenticato lo Spirito Santo, la pneumatologia orientale è diventata fonte di attrazione, senza considerare lo sviluppo che su questo punto ha avuto la teologia occidentale. La conoscenza della teologia orientale deve servire a fare «teologia cattolica», a insegnare come studiare in modo cattolico la teologia. Il come indica il modo. Non deve far paura il termine cattolico. La teologia è una, mentre è il soggetto che studia che deve avere una posizione cattolica.

Passiamo ora a come studiare e affrontare la lezione. Vanno presentate con criterio le opere classiche fondamentali e quelle recenti ritenute formative. Spesso c’è incapacità nell’affrontare un testo e riconoscere la parte principale. Poi, spiegare come scrivere un articolo. La teologia è una scienza, perciò bisogna aiutare lo studente a verificare se conosce la materia: provare a scrivere appunti, sostanzialmente una piccola dispensa dell’argomento che vuol affrontare, percorrendo il percorso logico, e provando a spiegarla a un altro. Se ci riesce, vuol dire che conosce la materia.

Bisogna far comprendere la logica sottostante un libro, ammesso che ci sia, perché spesso ci si imbatte in libri di sola teologia narrativa. I trattati o discipline, in cui si articola la teologia non sono autonomi, ma correlati e sostenuti vicendevolmente dal Mistero.

Questo spiega la loro disposizione gerarchica. I trattati non hanno la stessa importanza. Ciò fa sì, per esempio, che il cristianesimo non sia identificabile con una morale. Anche per questo, non va trascurato il richiamo alla mistica autentica, che non può essere astrazione dal reale, ma lo stare costantemente alla presenza del Mistero. La differenza tra ascetica e mistica, è che, la prima, è frutto dell’impegno personale, mentre la mistica è frutto di un dono dello Spirito Santo, che supera di gran lunga l’impegno personale.

Il problema della gnoseologia

La storia della filosofia come storia della gnoseologia, cioè storia della realtà. Chi questo rapporto ha visualizzato in maniera eccellente è stato san Tommaso d’Aquino; mentre, nella modernità, è avvenuta una profonda riduzione, diventando incapaci ad affrontare il tema. Il problema della gnoseologia non esaurisce la storia della filosofia, anche se innerva consistentemente la filosofia moderna, perché ivi il problema gnoseologico è quello fondamentale.

Abbiamo accennato al tema dei due tomismi del XX secolo: molto dipende dalla domanda su come si conosce la verità, se in un concetto o in un giudizio. I trascendentalisti sono più vicini a san Tommaso, anche se dimenticano che san Tommaso intende il giudizio, aristotelicamente, come sintesi, e saltano i concetti come fossero privi di importanza rispetto all’elevazione dell’anima a Dio. In base all’una o all’altra posizione, le stesse materie teologiche portano a risultati opposti.

Schematizzando, ci sarebbero tre possibilità di approccio nella teologia contemporanea: una è quella di dire che, non avendo nessuna base filosofica, soprattutto metafisica, occorre ridursi a una teologia solo narrativa. La seconda è la possibilità di una teologia tradizionale. Noi ereditiamo gli impianti filosofici classici e li utilizziamo, lasciando alla filosofia l’onere di giustificarli; come il fisico utilizza i teoremi di geometria (san Tommaso agiva in questo senso; la filosofia è una scienza intermedia). La terza via è di Balthasar: per lui, la teologia dovrebbe essere autonoma e crearsi man mano la propria filosofia.

Nella sua opera Gloria, fa una sintesi del suo metodo con un percorso ragionato attraverso i trascendentali ecc. Egli definì Uditori della Parola uno dei libri più belli di Rahner sulla Rivelazione: ma si tratta del «primo» Rahner. Non bisogna aver timore di dire che Karl Rahner costituisce un caso clamorosamente eclatante di utilizzo della filosofia kantiana, applicata a una certa metafisica, quindi fallendo.

Se considerassimo quattro autori: Guardini, Rahner, de Lubac e Balthasar, ci accorgeremmo che l’esperienza ha aiutato la teologia a respirare; tuttavia nessuno di essi esaurisce il Mistero. È vero che c’è una via ulteriore della teologia che ha bisogno di particolari fattori, perché acquisti un connotato di originalità tale da suscitare stupore. Il rapporto tra fondamento teologico ed esperienza di fede in questi quattro autori è differente: Guardini ha una visione cattolica del mondo che fa comprendere che l’Incarnazione di Cristo ne è la chiave; invita a una discussione con tutte le visioni religiose, facendo capire che la visione cattolica complessiva è la condizione dello sguardo alle altre religioni e posizioni, veramente in grado di fare sia il discernimento sia la sintesi e la valorizzazione. Ritrovare questo in Guardini, già un secolo fa, sembra un apporto della terza possibilità appena menzionata. In Ratzinger i tre elementi segnalati convergono. In Balthasar, la filosofia tradizionale è utilizzata in maniera mirabile, ha un livello di creatività e genialità, e le categorie filosofiche della modernità sono presenti non nel filone di un kantismo riscaldato, ma del personalismo e della migliore fenomenologia. E un luogo di sintesi importante!

De Lubac aggiunge al fondamento teologico l’aspetto storico, che è parte integrante della Rivelazione.

È un suo contenuto specifico. Ha elaborato il significato cristologico dell’interpretazione allegorica dell’Antico Testamento. E sua la definizione del cristianesimo non come un «religione del libro», perché il fine del testo biblico è l’incontro con Cristo. La vocazione è una sola, arrivare a Dio.

A differenza di Rahner, Balthasar ha richiamato il fondamento trinitario della visione cattolica, portando a riconoscere il metodo, cioè che l’incontro tra Dio e l’uomo è imprevedibile: questa è la grandezza della Rivelazione cristiana. O la Chiesa parla di Dio, preparando e facendo accadere l’incontro, o parla di sé ostacolando l’incontro. Balthasar è più grande, certamente per questo, ma anche perché si incontra con la mistica Adrienne von Speir, fonda la società di san Giovanni, vive la dimensione ecclesiale, una compagnia.

Invece, il difetto di Rahner è nel non aver considerato fino in fondo la Compagnia di Gesù e lo stile ignaziano come riferimenti esistenziali. Balthasar dice che l’esperienza aiuta la teologia a migliorare, e in Verità del mondo rimarca il fatto dell’imprevedibilità dell’incontro di Dio con l’uomo. Non dobbiamo però percepire sentimentalmente una particolare compagnia, secondo le emozioni che genera: quella comunità è una particolarizzazione della Chiesa universale.

D’altra parte, se Rahner avesse avuto una radice ecclesiale consistente, non si sarebbe avventurato in un tipo di concezione come il suo: era fragile il radicamento nella Chiesa universale.

San Tommaso faceva parte dei Domenicani, e dalla vita comunitaria coi frati è stato continuamente richiamato all’insegnamento. Occorre che la teologia sia finalizzata ad arrivare a Dio. Le strade dell’incontro tra l’uomo e Dio sono tante quante gli uomini. Lo studio serve per salire verso un fine: per questo è anche ascesi, che significa salire; serve alla vita spirituale: lo studio è costitutivo del rapporto con Dio.

Rapporto tra avvenimento di Gesù & libertà

A questo punto, è fondamentale il rapporto tra l’avvenimento di Gesù e la libertà. Il primo avvenimento è l’incontro iniziale, poi l’ascesi dello studio permette di approfondire l’incontro fatto; la deditio nello studio, che è poi una devotio, è fondamentale.

Dunque, se la teologia non diventa adorazione di Dio, se non si fa «in ginocchio», secondo san Tommaso, non è teo-logia, discorso su Dio e, perché no, con Dio. Il fine è questo. Questo costruisce una Facoltà Teologica come «scuola».

A questo punto, non sembri superfluo dire una parola su come declinare il metodo, in indicazioni per gli studenti, onde condurre una ricerca, usare i dizionari, scrivere una tesi dottorale, di licenza, un elaborato, un articolo di rivista; ai docenti, come preparare la presentazione di un seminario, una lezione accademica, una bibliografia ragionata con schede o secondo argomenti[11].Per quanto riguarda la scrittura dei testi, vi sono norme metodologiche generali, fermo restando che non esiste un sistema unico o migliore, e che il criterio principale è la coerenza[12].

Di ogni trattato bisogna conoscere almeno una fonte. È necessario leggere i testi classici, come il De Trinitate di sant’Agostino, la Summa di san Tommaso, l’Introduzione al Cristianesimo di Ratzinger. Quindi, introdurre il Magistero, i suoi documenti principali, il Catechismo della Chiesa Cattolica: di questo, è utile consigliare a uno studente di teologia, al termine di un trattato, di leggere le rispettive parti, per comprendere, al di là delle disquisizioni teologiche, che cosa la Chiesa crede e insegna a livello di dottrina; il Catechismo dà una visione sinottica e salva dagli errori sentiti o dalle cose non sentite nella catechesi parrocchiale. Infatti, non solo contiene appunti di natura storica e apologetica, ma ha inoltre un ottimo corredo patristico, scritturistico, nonché agiografico. È il Catechismo del Concilio Vaticano II.

Purtroppo, la confusione e il relativismo proliferano anche tra le nuove generazioni di preti e laici. Sanno distinguere tra vera e falsa teologia e riconoscere il relativo supporto filosofico? Di questo si sono accorti i vescovi? O ritengono che la dottrina e il dogma non servano a niente nel dialogo con i non credenti, mentre l’unica cosa che serve è mostrare l’intenzione di camminare insieme a chi non vuole prendere in considerazione la possibilità di credere? Così, l’inimmaginabile scristianizzazione sotto gli occhi di tutti si confermerebbe come opera dei chierici e non del mondo[13]. Ora, sono crollate le evidenze naturali e religiose, cosa che ha contagiato la generazione degli attuali studenti di teologia. Ce ne rendiamo conto?

Dunque, una Facoltà Teologica deve tornare a essere «scuola» vuol dire compagnia guidata con un progetto, in cui ognuno porta la propria esperienza. La Facoltà non può essere la cassa di risonanza di iniziative, eventi e commemorazioni; semmai debba essere coinvolta, lo farà con la sua ricerca, il suo studio, non facendo da passerella per i grandi nomi, in occasione delle prolusioni inaugurali: queste, dovendo dare il La al lavoro dell’anno, devono essere coerenti col percorso di «scuola» che la Facoltà sta compiendo in quel determinato frangente. Anche per queste ragioni, il Consiglio di Facoltà non deve riunirsi prevalentemente per questioni burocratiche e organizzative, ma per favorire il confronto tra i docenti, nel quale verificare l’orientamento della stessa Facoltà, che è di essere uno strumento a servizio della fede ecclesiale.

Concludo come ho iniziato, con l’amicizia: «Amicizia significa comunanza nel pensare e nel volere», ha detto Benedetto XVI. «In questa comunione di pensiero con Gesù dobbiamo esercitarci: essa non è cosa solo intellettuale, ma è comunanza di sentimenti e del volere e quindi anche dell’agire». Ciò significa, che «dobbiamo conoscere Gesù in modo sempre più personale, ascoltandolo, vivendo insieme: nella “lectio divina”, cioè leggendo la Sacra Scrittura in un modo non accademico, ma spirituale; così impariamo a incontrare Gesù presente che ci parla. Dobbiamo ragionare e riflettere sulle sue parole e sul suo agire davanti a Lui e con Lui. La lettura della Sacra Scrittura è preghiera, deve essere preghiera: deve emergere dalla preghiera e condurre alla preghiera»[14], come quanti studiano teologia dovrebbero ben sapere, se vogliono essere una «scuola» che vive quello che insegna.


* La Scuola Cattolica, 670(2016), pp 820-825.

[1] Cfr San Gregorio Nazianzeno, Disc. 43.15-21; PG 36,514-523.

[2] Giovanni Paolo II, Allocuzione alla Pontificia Università Lateranense, 24 maggio 1996.

[3] Molto utile in merito è: Alphonse Gratry, Le sorgenti, Città Armoniosa, Reggio Emilia 1978.

[4] Cfr Carmine Di Martino, Realismo, ragionevolezza e moralità nel conoscere. Tre brevi saggi su «il senso religioso» di Luigi Giussani, Guerini e Associati, Milano 2011.

[5] San Bernardo di Chiaravalle, Sermo XXXVI in Cant. Cantic.; PL 183,968.

[6] Cfr Filippo Santoro, La comunità, condizione della fede, Jaca Book, Milano 1977.

[7] Giacomo Biffi, «Liber Pastoralis Bononiensis ». Omaggio al card. Giovanni Colombo nel centenario della sua nascita, Edizioni Dehoniane, Bologna 2002, p 591.

[8] Joseph Ratzinger, Fede, Verità, Tolleranza. Il Cristianesimo e le Religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003; Idem, Gesù di Nazaret, Libreria Editrice Vaticana-Rizzoli, Città del Vaticano Milano, vol. I, 2007, vol. II, 2011, vol. III, 2012.

[9] 9 Cfr Antonio Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica «scienza della fede» da un’equivoca «filosofia religiosa», ed. Leonardo da Vinci, Roma 2012.

[10] 10 Cfr Settimio Maria Manelli, Esiste ancora l’esegesi cattolica? in «Fides Catholica. Rivista di Apologetica Teologica», IX/2 (2014), pp. 135-169.

[11] Cfr Umberto Eco, Come fare una tesi di laurea, Bompiani, Milano 2001: è forse l’unica cosa buona che ha scritto.

[12] Un chiaro orientamento in senso cristiano cattolico e non relativista si trova in: Alberto Strumia, Le scienze e la pienezza della razionalità, Cantagalli, Siena 2003. Anche: John Henry Newman, Lo sviluppo della dottrina cristiana, Jaca Book, Milano 2003; Joseph Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana , Brescia 2005/14; Giacomo Biffi, Riflessione sullo stato della teologia, Piemme, Casale Monferrato 1989; Cornelio Fabro, L’avventura della teologia progressista, Rusconi, Milano 1974.

[13] Cfr Nicola Bux, Un’analisi sullo stato della teologia, «periferia» della Chiesa in cui urge intervenire, in La verità in teologia. Discussioni di logica a/etica a partire da «Vera e falsa teologia» di Antonio Livi, Leonardo da Vinci, Roma 2014.

[14] Benedetto XVI, Omelia della Messa Crismale, 13 aprile 2006, in «AAS» 98 (2006).



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