The talking Church

By Rev. Bryan Houghton

In the revolution from which the Church is still suffering, there appears to me to be a matter of some interest which has received scant attention. How comes it that changes affecting every aspect of Catholic life have been introduced without raising an audible murmur from the vast host of clergy, bishops and priests alike? The phenomenon is far stranger than in any political revolution or, for that matter, than at the Reformation because the personnel has remained largely identical. 

The same bishop proscribes today what he prescribed yesterday. The priest whose range of sermons was limited to Confession and Company Keeping now conducts Penitential Services with general absolution and turns a blind eye to Humanae Vitae.

Most astonishing of all, the Holy Mass, for which every one of them would have died at the stake, has been jettisoned in the only form known to them and their flock without blush or wince.

Moreover, not only was each change received without any opposition but, until quite recently, with a fair measure of applause.

That is the problem. Is one to believe that all the bishops and the overwhelming majority of priests are as unprincipled as their actions are inconsistent? Such a supposition is obviously absurd. What then has been the mechanism which has enabled them to make such a total volte-face and keep their self-respect? By what process have they swallowed dishfuls of their own words without showing any visible sign of indigestion?

Nella rivoluzione di cui soffre ancora la Chiesa, mi sembra che ci sia una questione di un certo interesse che ha ricevuto scarsa attenzione. Come mai sono stati introdotti cambiamenti che interessano ogni aspetto della vita cattolica senza sollevare un mormorio udibile dalla vasta schiera di clero, vescovi e sacerdoti allo stesso modo? Il fenomeno è molto più strano che in qualsiasi rivoluzione politica o, oltretutto, durante la Riforma [protestante], perché il personale è rimasto in gran parte identico.

Lo stesso vescovo proscrive oggi ciò che ha prescritto ieri. Il sacerdote la cui gamma di sermoni era limitata alla confessione e al mantenimento dell’integrità della comunità, ora svolge i servizi penitenziali con l’assoluzione generale e chiude un occhio sull’Humanae Vitae.

La cosa più sorprendente di tutte, la Santa Messa, per la quale ognuno di loro sarebbe morto sul rogo, è stata gettata a mare nell’unica forma nota a loro e al loro gregge senza arrossire né sussultare.

Inoltre, non solo ogni cambiamento è stato accolto senza alcuna opposizione ma, fino a poco tempo fa, con un discreto applauso.

Quello è il problema. C’è da credere che tutti i vescovi e la stragrande maggioranza dei preti siano tanto privi di principi quanto incoerenti le loro azioni? Una tale supposizione è ovviamente assurda. Qual è stato allora il meccanismo che ha permesso loro di fare un così totale voltafaccia e mantenere il rispetto di sé? Con quale processo si sono rimangiati le loro stesse parole senza mostrare alcun segno visibile di indigestione?

Collective Will and Individual Will

It was Rousseau, a great habitue of Masonic Lodges and Sociétés de Pensée, who in his Social Contract first drew attention to the fact that in any discussion group, intellectual association, philosophical, political or religious club, the Volonté Générale or “collective will” was not the same as the Volonté de Tous or “sum of individual wills”; indeed the two might be clean contrary. As Augustin Cochin pointed out in his masterly little work, Les Societes de Pensee et la Revolution Francaise, the reason for this is not difficult to determine: a discussion group will inevitably become involved in general ideas, so that its “collective will” has as its object an abstract proposition; whereas the “individual will” always plays on given realities. Thus it comes about that the same man may vote for “equal shares for all”, but refuse a crust to a begger. He is not inconsistent. He is in favour of the abstract idea of equal shares but is against concrete charity. He is willing to change the structures but not to practise the virtues. Incidentally, this is so true that people who constantly talk about “changing structures” can be assumed to be members of discussion groups. The “collective will”, dealing as it does with general ideas, tends automatically to decide what other people should do; the “individual will” what one should do oneself.

There are, of course, certain requirements for the Collective Will to germinate and reach perfection. It is a hothouse plant, in need of a steady flow of hot air. The members of the group must all be considered as equal; on entering the meeting all authority must be discarded, be it of status, intelligence or experience. Specialists in a given field should be excluded or silenced when that field is under discussion; not only would they introduce prejudice but they would be likely to embog the discussion in the technicalities of reality. The agenda should emerge from the group itself; it is not there to pass judgment on the ideas of others but to produce its own. The discussion must be open-ended and anything can be questioned; as the members are all equal, so are all opinions. Authoritative and dogmatic statements alone are to be disallowed because they are not open-ended but exclusive. It will help the group along if some of Its members are endowed with instant wisdom and little knowledge; a couple of Modernists will do, to provide the clap-trap. Under such conditions it is quite surprising how rapidly a few perfectly decent people can “renew the face of the earth” – far more effectively than the Holy Ghost!

Once this is pointed out it is fairly obvious and anybody with a minimum of knowledge of discussion groups can verify the fact from his own experience.

Volontà collettiva e volontà individuale

Fu Rousseau, grande habitué di Logge massoniche e Sociétés de Pensée, che nel suo Contratto Sociale per primo mise in rilievo il fatto che in ogni gruppo di discussione, associazione intellettuale, circolo filosofico, politico o religioso, la Volonté Générale o “volontà collettiva” non era la stessa Volonté de Tous o “somma delle volontà individuali”; anzi i due potrebbero essere nettamente contrari. Come ha sottolineato Augustin Cochin nella sua opera magistrale, Les Sociétés de Pensée et la Révolution Française[1], la ragione di ciò non è difficile da determinare: un gruppo di discussione sarà inevitabilmente coinvolto in idee generali, così che la sua “volontà collettiva” ha come il suo oggetto una proposizione astratta; mentre la “volontà individuale” gioca sempre su realtà di fatto. Accade così che lo stesso uomo possa votare a favore di “parti uguali per tutti”, ma rifiutare una crostata a un mendicante. Non è incoerente. Egli è favorevole all’idea astratta di parti uguali, ma è contrario alla carità concreta. È disposto a cambiare le strutture ma non a praticare le virtù. Per inciso, questo è così vero che si può presumere che le persone che parlano costantemente di “cambiamento delle strutture” siano membri di gruppi di discussione. La “volontà collettiva”, trattandosi di idee generali, tende automaticamente a decidere cosa dovrebbero fare gli altri; la “volontà individuale” ciò che si dovrebbe fare da soli.

Ci sono, naturalmente, alcuni requisiti affinché la Volontà Collettiva possa germogliare e raggiungere la perfezione. È una pianta da serra, che necessita di un flusso costante di aria calda. I membri del gruppo devono essere considerati tutti uguali; entrando nella riunione ogni autorità deve essere scartata, sia essa di status, intelligenza o esperienza. Gli specialisti in un dato campo dovrebbero essere esclusi o messi a tacere quando quel campo è in discussione; non solo introdurrebbero pregiudizi, ma potrebbero inglobare la discussione nei tecnicismi della realtà. L’agenda dovrebbe emergere dal gruppo stesso; non è lì per giudicare le idee degli altri ma per produrre le proprie. La discussione deve essere aperta e tutto può essere messo in discussione; come i membri sono tutti uguali, così lo sono tutte le opinioni. Le sole affermazioni autorevoli e dogmatiche devono essere respinte perché non sono aperte ma esclusive. Aiuterà il gruppo se alcuni dei suoi membri sono dotati di saggezza istantanea e poca conoscenza; un paio di modernisti lo faranno, per fornire lo sproloquio. In tali condizioni è abbastanza sorprendente quanto rapidamente poche persone perfettamente perbene possano “rinnovare la faccia della terra” – molto più efficacemente dello Spirito Santo!

Una volta che questo viene fatto notare è abbastanza ovvio e chiunque abbia un minimo di conoscenza dei gruppi di discussione può verificare il fatto dalla propria esperienza.

Vatican II a Pastoral Discussion Group

Now, perhaps the greatest tragedy in the history of the Church occurred when the Fathers at Vatican II decided to be Pastoral Discussion Group rather than a dogmatic Council. In matters of dogma they possessed divine authority and human competence. As a Pastoral Discussion Group they had no more authority and less competence than the village Debating Society. The documents they produced are monuments to the “collective will”; they are there to be read by anyone with a sufficient supply of anti-soporifics.

Whatever one may think of Vatican II it has had one undeniable result: it has turned the whole Church, the Immaculate Spouse, the Ark of Salvation, into a vast, sprawling mass of discussion groups. There are the Roman Synod, National and Regional Councils of Bishops1 the same of priests, commissions for this, commissions for that, diocesan senates, refresher courses, study days; even deanery meetings, days of recollection, retreats and in some instances the Mass itself have all been turned into discussion groups.

The wretched laity have not been spared but have been dragged into commissions and councils at every level.

Nobody does anything of course, because that would require an act of the individual will, but everything is discussed in an abstract, irresponsible, open-ended way. Everything is questioned, down to the foundations of religion itself.  In the world of reality, very little can be questioned, so hemmed in are we by circumstance, by God’s Divine Providence. Not so in a discussion group: at last man is free in the abstract world of his own mind, of his own irresponsible opinions. It is here that the “collective will” germinates, blossoms and fructifies.

Vaticano II: un gruppo di discussione pastorale

Ora, forse la più grande tragedia nella storia della Chiesa si è verificata quando i Padri del Vaticano II hanno deciso di essere un Gruppo di Discussione Pastorale piuttosto che un Concilio dogmatico. In materia di dogma possedevano autorità divina e competenza umana. Come Gruppo di Discussione Pastorale non avevano più autorità e meno competenza della Società di Dibattito del villaggio. I documenti da loro prodotti sono monumenti alla “volontà collettiva”; sono lì per essere letti da chiunque abbia una scorta sufficiente di anti-soporifici.

Qualunque cosa si possa pensare del Vaticano II, ha avuto un risultato innegabile: ha trasformato l’intera Chiesa, la Sposa Immacolata, l’Arca della Salvezza, in una vasta e tentacolare massa di gruppi di discussione. Ci sono il Sinodo Romano, i Consigli Nazionali e Regionali dei Vescovi, gli stessi dei sacerdoti, commissioni per questo, commissioni per quello, senati diocesani, corsi di aggiornamento, giornate di studio; anche le riunioni del decanato, i ritiri, i ritiri e in alcuni casi la stessa Messa sono stati trasformati in gruppi di discussione.

I miseri laici non sono stati risparmiati ma sono stati trascinati in commissioni e consigli ad ogni livello.

Nessuno fa niente ovviamente, perché ciò richiederebbe un atto della volontà individuale, ma tutto viene discusso in modo astratto, irresponsabile, indeterminato. Tutto è messo in discussione, fino ai fondamenti della religione stessa. Nel mondo della realtà, ben poco può essere messo in discussione, tanto siamo circondati dalle circostanze, dalla Divina Provvidenza di Dio. Non così in un gruppo di discussione: finalmente l’uomo è libero nel mondo astratto della propria mente, delle proprie opinioni irresponsabili. È qui che la “volontà collettiva” germoglia, fiorisce e fruttifica.

Two Meanings to “Pastoral”

There is a further point which should be borne in mind. The word “pastoral” has a very different meaning in the world of discussion groups and in the world of reality. The old pastoral priests used to think of their work as testifying to the dogmas of the Church by right of her divine authority. But neither authority nor dogma is allowed in a discussion group, so the word “pastoral” acquires exactly the opposite meaning: it signifies “non-dogmatic and non-authoritative”. When Vatican II declared itself a “pastoral” and not a dogmatic Council, it did not imply that the dogmas could be taken for granted and that it wished to devise better means of imparting them to faithful and faithless alike. What it meant was that dogmas should not be allowed to influence and prejudice the discussions at all. “Pastoral”, in fact, is an euphemism for “existential”; it is the adjective from “orthopraxis”, since one cannot say “orthopractical”. The word has deceived many good bishops and priests. Take a simple example: remarried divorcees.

The old pastoral priest would talk about sanctity, heroism, living as brother and sister or attending Mass but not going to Communion and the like, all of which depended upon dogma. Today, however, if we are told to take a “pastoral view” of remarried divorcees we know that we are expected to abscind from all dogmatic teaching of the Church and encourage them to be daily communicants and members of the Parish Council.

Due significati di “pastorale”

C’è un altro punto che va tenuto presente. La parola “pastorale” ha un significato molto diverso nel mondo dei gruppi di discussione e nel mondo della realtà. Gli antichi pastori credevano che il loro lavoro fosse una testimonianza dei dogmi della Chiesa in virtù della sua autorità divina. Ma in un gruppo di discussione non è ammessa né l’autorità né il dogma, quindi la parola “pastorale” acquista esattamente il significato opposto: significa “non dogmatico e non autorevole”. Quando il Vaticano II si dichiarò un Concilio “pastorale” e non dogmatico, ciò non implicava che i dogmi potessero essere dati per scontati e che desiderasse escogitare mezzi migliori per trasmetterli sia ai fedeli che agli infedeli. Ciò che significava era che i dogmi non dovevano assolutamente influenzare e pregiudicare le discussioni. “Pastorale”, infatti, è un eufemismo per “esistenziale”; è l’aggettivo da “ortoprassi”, poiché non si può dire “ortopratico”. La parola ha ingannato molti buoni vescovi e sacerdoti. Facciamo un semplice esempio: divorziati risposati.

Il vecchio pastore parlava di santità, eroismo, vivere da fratello e sorella o partecipare alla messa ma non fare la comunione e simili, tutto dipendeva dal dogma. Oggi, tuttavia, se ci viene detto di avere una “visione pastorale” dei divorziati risposati, sappiamo che ci si aspetta che ci asteniamo da ogni insegnamento dogmatico della Chiesa e li incoraggiamo a comunicarsi quotidinamente e a essere membri del Consiglio Parrocchiale.

Permissive of Innovation; Impatient of Tradition

The fact that discussion must be open-ended on the one hand and not thwarted by authority on the other leads to a curious phenomenon. The resultant collective will is permissive of any innovation, no matter how outrageous, but is absolutely impatient of all tradition, no matter how desirable. This is because tradition is the most fundamental form of authority. Inevitably we witness this phenomenon all around us in the Church today, since she has become a swarming mass of discussion groups. It constitutes the revolution.

Anyone could quote a thousand examples. I shall just give one because it illustrates the matter very dearly and is taken from Roman documents. Early in 1974 the Sacred Congregations for Clergy and for Discipline of the Sacraments issued a joint statement the tenor of which was to maintain the traditional practice of First Confession before First Holy Communion. This looked much too like asserting the authority of tradition and was immediately questioned by the National Council of Canadian Bishops. Straight away the Sacred Congregations climbed down and in an addendum to their recent Catechetical Directory write: “Our declaration is not intended to impose constraint, moral or otherwise.” Of course not; the Sacred Congregations saw the light through the open end. In the meantime, in October 1974, the Sacred Congregation for the Liturgy issued a “notice” that the New Ordo of Mass was obligatory “immemorial custom not withstanding”. The point of interest is not the legal value (if any) of this notice but the attitude of the Sacred Congregation. As against the permissiveness in the first case in the second there is every intention of imposing constraint, moral and otherwise. The reason is clear: the immemorial Mass in the Old Rite is the most, universal, most venerable, most dogmatically exclusive and consequently most authoritative tradition in the Catholic Church. Go It must if ours is to be an open-ended religion. “Lex odiosa non est restringenda”; yes, vexatious laws should not be made to bind too rigorously, except when it comes to the Immemorial Mass. The shelves of the Index have been emptied of all their rubbish in order to make way for that one, stupendous volume, the Old Roman Missal.

Accondiscendenti verso l’innovazione; Intolleranti della Tradizione

Il fatto che la discussione debba essere aperta da un lato e non ostacolata dall’autorità dall’altro porta a un fenomeno curioso. La volontà collettiva risultante è permissiva di qualsiasi innovazione, non importa quanto oltraggiosa, ma è assolutamente intollerante di ogni tradizione, non importa quanto desiderabile. Questo perché la tradizione è la forma più fondamentale di autorità. Inevitabilmente assistiamo a questo fenomeno tutt’intorno a noi nella Chiesa di oggi, poiché è diventata una massa brulicante di gruppi di discussione. Ciò costituisce la rivoluzione.

Chiunque potrebbe citare mille esempi. Ne darò solo uno perché illustra molto bene la questione ed è tratto da documenti romani. All’inizio del 1974 le Sacre Congregazioni per il Clero e per la Disciplina dei Sacramenti emisero una dichiarazione congiunta il cui tenore era di mantenere la pratica tradizionale della Prima Confessione prima della Prima Comunione. Anche questo sembrava affermare l’autorità della tradizione ed è stato immediatamente messo in discussione dal Consiglio nazionale dei vescovi canadesi. Subito le Sacre Congregazioni hanno accondisceso e in un addendum al loro recente Direttorio Catechistico hanno scritto: “La nostra dichiarazione non intende imporre costrizioni, morali o di altro genere”. Ovviamente no; le Sacre Congregazioni videro la luce attraverso lo spiraglio. Nel frattempo, nell’ottobre 1974, la Sacra Congregazione per la Liturgia emanò un “avviso” che il Nuovo Ordo della Messa era obbligatorio “nonostante consuetudine immemorabile”. Il punto di interesse non è il valore legale (se c’è) di questo avviso, ma l’atteggiamento della Sacra Congregazione. Contro la permissività nel primo caso, nel secondo c’è ogni intenzione di imporre costrizioni, morali e non. Il motivo è chiaro: la Messa immemorabile nel Rito Antico è la tradizione più,, universale, più venerabile, più dogmaticamente esclusiva e di conseguenza più autorevole della Chiesa cattolica. Vai Deve se la nostra deve essere una religione a tempo indeterminato. “Lex odiosa non est restringenda”; sì, leggi vessatorie non dovrebbero essere fatte legare troppo rigorosamente, tranne quando si tratta della Messa Immemorabile. Gli scaffali dell’Indice sono stati svuotati di tutte le loro immondizie per far posto a quell’unico, stupendo volume, il vecchio Messale Romano.

Collective Will versus Individual Wills

Indeed, precisely because of its enormity, the persecution of the Old Rite provides admirable examples of the conflict between the collective and individual wills. The vast majority of Bishops could be labelled “decent scouts”, men who are keen to please, eager to do their good deed. There is not an ounce of cruelty in their make-up. They would not swat a fly if they could avoid it. That is at the individual level. Yet collectively they are party to the most flagrant act of cruelty which the Church has ever perpetrated by depriming millions of the faithful of the Mass they love. The cruelties of the Wars of Religion or of the Spanish Inquisition pale into insignificance beside it; they affected vastly fewer people, cut far less deep and were infinitely less unjust.

True, the few priests who cling to the Mass of their ordination are not burned at the stake. It might be better if they were, like Joan of Arc by Bishop Cauchon, probably himself a decent a scout as any.

Apart from the cruelty there is the question of hatred. The majority of bishops taken individually are incapable of sustained hatred; collectively they hound down the Old Rite with a bitter venom worthy of a better cause. There is scarcely a frown for the most sacrilegious Eucharistic innovations. The fact that they are illicit and the priests disobedient matters not at all. But woe betide the priest who innovates with the Old Rite! Clearly, it is not the question of liceity and obedience which makes the difference; it is the Mass that counts. Like Carthage, “Missa est delenda”. There is not a bishop who wanted such a state of affairs to arise. It has not come about by the sum of their individual wills. What has happen ed is that in their diverse discussion groups they have generated a formula inimical to tradition; the collective will has spoken and they themselves must bow.

It would be idle to multiply examples. If the present autodestruction of the Church is to be halted, the first thing to be done is to stop talking. In the ensuing silence we shall again be able to hear the still small voice of God at Mass, and, in the world, the Church proclaming the Eternal Truths.

But is there any indication that the clergy wish to stop talking? Is there anybody in a position af authority in the Church with the courage to pit his individual will against the collective? Here, it seems, there is real ground for hope, at least in England.

Volontà collettiva contro volontà individuali

Anzi, proprio per la sua enormità, la persecuzione dell’Antico Rito offre mirabili esempi del conflitto tra volontà collettiva e volontà individuale. La stragrande maggioranza dei Vescovi potrebbe essere etichettata come “bravi scout”, uomini desiderosi di compiacere, desiderosi di compiere la loro buona azione. Non c’è un briciolo di crudeltà nel loro presentarsi. Non schiaccerebbero una mosca se potessero evitarlo. Questo è a livello individuale. Eppure, collettivamente, sono parte dell’atto di crudeltà più flagrante che la Chiesa abbia mai perpetrato, privando milioni di fedeli della Messa che amano. Le crudeltà delle guerre di religione o dell’Inquisizione spagnola impallidiscono accanto ad esse; colpivano molto meno persone, tagliavano molto meno in profondità ed erano infinitamente meno ingiuste.

È vero, i pochi sacerdoti che si aggrappano alla messa della loro ordinazione non vengono bruciati sul rogo. Sarebbe meglio che lo fossero fossero, come Giovanna d’Arco da parte del vescovo Cauchon, probabilmente lui stesso un “brav’uomo” come qualsiasi altro.

Oltre alla crudeltà c’è la questione dell’odio. La maggioranza dei vescovi presi individualmente è incapace di sostenere un odio; collettivamente perseguitano l’Antico Rito con un veleno amaro degno di una causa migliore. C’è appena un cipiglio per le innovazioni eucaristiche più sacrileghe. Il fatto che siano illeciti e i preti disobbedienti non importa affatto. Ma guai al prete che innova con l’Antico Rito! Chiaramente, non è la questione della liceità e dell’obbedienza che fa la differenza; è la Messa che conta. Come Cartagine, “Missa est delenda”. Non c’è un vescovo che abbia voluto che si creasse un tale stato di cose. Non è nato dalla somma delle loro volontà individuali. Quello che è successo è che nei loro diversi gruppi di discussione hanno generato una formula nemica della tradizione; la volontà collettiva ha parlato e loro stessi devono inchinarsi.

Sarebbe inutile moltiplicare gli esempi. Se si vuole fermare l’attuale autodistruzione della Chiesa, la prima cosa da fare è smettere di parlare. Nel silenzio che segue potremo di nuovo udire la voce ancora sommessa di Dio nella Messa e, nel mondo, la Chiesa che annuncia le Verità Eterne.

Ma c’è qualche indicazione che il clero voglia smettere di parlare? C’è qualcuno in una posizione di autorità nella Chiesa con il coraggio di opporre la sua volontà individuale contro quella collettiva? Qui, a quanto pare, c’è un vero motivo di speranza, almeno in Inghilterra.

The Clergy and Discussion Groups

Concerning the first question, whether the clergy wish to stop talking, there is good evidence to show that their apathy or antipathy to discussion groups is on the increase. I take two examples from recent Ad clerumAd clerum is a circular letter sent by a bishop to his priests. It is in fact the means he uses for the routine government of his diocese. Its evidence, therefore, is unimpeachable.

My first example is from an Ad clerum dated February 6th, 1975: “National Conference of Priests-Election. As only one nomination was received for each group no election is necessary. The new representatives are Frs. X and Y. Whilst administratively convenient this shows an appalling apathy about the National Conference, which can never properly fulfil its function unless priests are not only interested but also prepared to serve. This is highly significant. In the first place, the National Conference of Priests was certainly the most self-important and self-laudatory, the most open-ended, loud-mouthed, questioning, collectivist and generally most idiotic discussion group in the country. The minutes of its meetings have to be read or to be believed. Now, after less than five years of existence, it can no longer even rig an election. In the second place, a few of the bishops (a minority be it said to their honour) look the conference seriously; they imagined that it really did represent the clergy and that future bishops should be chosen from its ranks. That idea, at least, has been well and truly spiked.

My second example is perhaps less striking but no less significant. It is taken from the very next Ad clerumdated March 12th, 1975. “Retreats and Conferences. No more names can be accepted for the May Retreat at A. There are still vacancies at B for October. There are vacancies on both Study Conferences-so many that it is clear that many who are due to attend a study conference this year have not yet submitted their names. Will all concerned please rectify this without delay”. Really? So the old-fashioned retreat is all right but the whip has to be got ready to fill the Study Conference. In the hierarchy of soviets, of discussion groups, the compulsory diocesan study conferences form an important link. Since the pastoral clergy are liable to corruption from their contact with reality, it is through these conferences that they are kept to the wide, permissive path of the abstract collective will. If they have got to be forced to attend, it may well be doubted if the discussion will be very fruitful. The collective will may fail to germinate because the supply of hot air is likely to run out.

Il clero e i gruppi di discussione

Per quanto riguarda la prima domanda, se il clero voglia smettere di parlare, ci sono buone prove per dimostrare che la loro apatia o antipatia per i gruppi di discussione è in aumento. Prendo due esempi dal recente Ad clerum. Ad clerum è una lettera circolare inviata da un vescovo ai suoi sacerdoti. È infatti il ​​mezzo che usa per il governo ordinario della sua diocesi. La sua prova, quindi, è incontestabile.

Il mio primo esempio è tratto da un Ad clerum del 6 febbraio 1975: “Conferenza nazionale dei sacerdoti-elezione. Poiché è stata ricevuta una sola nomina per ogni gruppo, non è necessaria alcuna elezione. I nuovi rappresentanti sono i padri X e Y. Sebbene giuridicamente inoppugnabile, questo mostra una spaventosa apatia nei confronti della Conferenza Nazionale, che non può mai svolgere adeguatamente la sua funzione se i sacerdoti non sono non solo interessati, ma anche preparati a servire”. Questo è altamente significativo. In primo luogo, la Conferenza Nazionale dei Sacerdoti è stata certamente la più auto-referenziale e auto-laudativa, il gruppo di discussione più aperto, chiacchierone, che ha posto più problemi, collettivista e generalmente più idiota del paese. I verbali delle sue riunioni devono essere letti o creduti. Ora, dopo meno di cinque anni dell’esistenza, non può più nemmeno truccare un’elezione. In secondo luogo, alcuni vescovi (a loro onore si dice una minoranza) guardano seriamente alla conferenza, immaginando che rappresenti davvero il clero e che i futuri vescovi siano scelti tra le sue fila. Quell’idea, almeno, è stata bene e opportunamente ricreduta.

Il mio secondo esempio è forse meno eclatante ma non per questo meno significativo. È tratto dal successivo Ad clerum del 12 marzo 1975. “Ritiri e Conferenze. Non si possono accettare altri nomi per il ritiro di maggio in A. Ci sono ancora posti vacanti in B per ottobre. Ci sono posti vacanti in entrambe le conferenze di studio, così tanti che è chiaro che molti di coloro che dovrebbero partecipare a una conferenza di studio quest’anno non hanno ancora presentato i loro nomi. Tutti gli interessati sono pregati di risolvere questo problema senza indugio”. Veramente? Quindi il ritiro vecchio stile va bene, ma deve essere usata la frusta per riempire la Conferenza di Studio. Nella gerarchia dei soviet, dei gruppi di discussione, le conferenze di studio diocesane obbligatorie costituiscono un anello importante. Poiché il clero pastorale rischia di corrompersi a causa del suo contatto con la realtà, è attraverso queste conferenze che si attiene alla via ampia e permissiva della volontà collettiva astratta. Se devono essere costretti a partecipare, si può dubitare che la discussione sarà molto fruttuosa. La volontà collettiva potrebbe non germogliare perché è probabile che la fornitura di aria calda si esaurisca.

Courage from the Cardinal

Both these examples are more than straws in the wind. They are concrete evidence that the clergy are beginning to dig their toes in.

Concerning the second question, whether there is anyone in a position of authority with the courage to pit his individual will against the collective, only one recent example is known to me but its importance outweighs its singularity.

Some two years ago Cardinal Heenan obtained an indult from the Holy Father for the celebration in England of the Old Rite of Mass. This in itself was no mean feat and required much courage. True, by the time the indult had trickled through the Sacred Congregation of the Liturgy, it was hemmed in by every conceivable condition. Whereas from 1963 onwards it was constantly hammered into us that “permissions are given to be used”, in this case it was clear that permission had been given for it not to be used. However, used it was, sparingly in some dioceses, more generously in others. It was thanks to this indult that the Latin Mass Society was able to hold its pilgrimages to Walsingham in 1973 and ’74. Permission was again sought for 1975. There seemed to be some hesitation to grant it.

This was fairly natural because, as has already been stated, by a notice dated October 28th, 1974, the Sacred Congregation claimed to make the New Rite obligatory “notwithstanding any custom whatsoever, even immemorial”. Then came the shock: permission was granted.

As far as I can see, this permission is patient of only one explanation: Cardinal Heenan is determined to stick by his indult, come what may. Presumably the hierarchy is behind him. It is an astonishing act of personal, responsible, moral courage. How easily he could have hidden behind the ample cassock of Archbishop Bugnini! Just think for a moment of the pressure, “moral and otherwise”, which will be brought to bear on him, not merely at home but from every other hierarchy in the world. Why should England be the odd man out? Perfidious Albion at it again! Whom does Heenan think he is to break the unity of the collective, collegial facade? But above all there will be pressure from the Sacred Congregation. Who, over the last ten years, has dared stand up to its redoubtable Secretary, Archbishop Bugnini? Whichever way one looks at it, one is faced with an act of real moral courage, with an action pregnant of unforseen reactions. Let honour be paid to whom it is due.

Doubtless the revolution will continue for a time under its acquired momentum but it will inevitably grind to a halt if the clergy refuse to man its power-station, the discussion groups. Moreover, the collective will could be pricked like a balloon if a few more bishops would realize that collegiality, democracy, discussion, consultation, and the rest do not affect what is right and wrong, noble and ignoble, just and unjust; that it is not structures which enable humans to practice the moral virtues, but the personal grace of moral courage.

Il coraggio del Cardinale

Entrambi questi esempi sono più che canne al vento. Sono la prova concreta che il clero sta cominciando a scavare le dita dei piedi.

Riguardo alla seconda domanda, se c’è qualcuno in una posizione di autorità con il coraggio di opporre la sua volontà individuale contro quella collettiva, solo un esempio recente mi è noto, ma la sua importanza supera la sua singolarità.

Circa due anni fa il cardinale Heenan ottenne un indulto dal Santo Padre per la celebrazione in Inghilterra dell’Antico Rito della Messa[2]. Questo di per sé non era un’impresa da poco e richiese molto coraggio. È vero, nel momento in cui l’indulto aveva passato il filtro della Sacra Congregazione della Liturgia, era circondato da ogni condizione immaginabile. Mentre dal 1963 in poi ci veniva costantemente martellato che “si danno i permessi per essere usati”, in questo caso era chiaro che era stato dato il permesso per non usarlo. Tuttavia, è stato usato, con parsimonia in alcune diocesi, più generosamente in altre. Fu grazie a questo indulto che la Latin Mass Society poté tenere i suoi pellegrinaggi a Walsingham nel 1973 e nel ’74. Il permesso è stato nuovamente richiesto per il 1975. Sembrava esserci qualche esitazione a concederlo.

Ciò era abbastanza naturale perché, come si è già detto, con avviso del 28 ottobre 1974, la Sacra Congregazione pretendeva di rendere obbligatorio il Nuovo Rito «nonostante qualsiasi consuetudine, anche immemorabile». Poi è arrivata la sorpresa: il permesso è stato concesso.

Per quanto posso vedere, questo permesso è suscettibile di una sola spiegazione: il cardinale Heenan è determinato a mantenere il suo indulto, qualunque cosa accada. Presumibilmente la gerarchia è dietro di lui. È un sorprendente atto di coraggio personale, responsabile, morale. Con quanta facilità avrebbe potuto nascondersi dietro l’ampia tonaca dell’arcivescovo Bugnini! Basti pensare per un momento alla pressione, “morale e non”, che verrà esercitata su di lui, non solo in casa, ma da ogni altra gerarchia del mondo. Perché l’Inghilterra dovrebbe essere l’intruso? La perfida Albione ci riprova! Chi pensa di essere Heenan per rompere l’unità della facciata collettiva e collegiale? Ma soprattutto ci saranno pressioni da parte della Sacra Congregazione. Chi, negli ultimi dieci anni, ha osato tener testa al suo temibile Segretario, l’Arcivescovo Bugnini? Da qualunque parte la si guardi, ci si trova di fronte a un atto di vero coraggio morale, a un’azione gravida di reazioni impreviste. Sia reso onore a chi è dovuto.

Senza dubbio la rivoluzione continuerà per un po’ sotto il suo slancio acquisito, ma inevitabilmente si fermerà se il clero si rifiuterà di alimentare la sua forza motrice, i gruppi di discussione. Inoltre, la volontà collettiva potrebbe essere punzecchiata come un palloncino se qualche vescovo in più si rendesse conto che la collegialità, la democrazia, la discussione, la consultazione e il resto non influiscono su ciò che è giusto e sbagliato, nobile e ignobile, giusto e ingiusto; che non sono le strutture che consentono all’uomo di praticare le virtù morali, ma la grazia personale del coraggio morale.

The Talking Church

REV. BRYAN HOUGHTON

This most perceptive article, which first appeared in the June 1975 issue of the excellent monthly magazine “Christian Order”[3], is reproduced with the kind permission of Fr. Paul Crane, S. J., editor of “Christian Order”, and Fr. Bryan Houghton, author of the article. Christian Order is published at 65 Belgrave Rd., London, S. W. l., England, at $3 a year for U.S.  Canadian and Australian subscriptions.

Reprints of “The Talking Church” are obtainable from The Remnant Press, 2539 Morrison Ave., St. Paul, Minn. 55117. Priced at $1.50 for minimum orders of 10 copies, postpaid.


[1] In Italiano: Les Sociétés de Pensée et la Révolution Française, Rimini: Il Cerchio, 2008.

[2] http://www.unavoce-ve.it/09-01-2.htm

[3] http://christianorder.com/index.html. Non condividiamo e ultime prese di posizione della rivista.