Possiamo vaccinarci?

Valutazione morale della produzione di un vaccino utilizzando – per la coltivazione dei virus necessari – cellule derivate da tessuti vitali di feti abortiti, e dell’uso finale di detto vaccino

“Ci possiamo vaccinare?”

“Ci possiamo vaccinare?” Questa domanda è in realtà una matassa ingarbugliatissima di molti problemi: la reale efficacia del vaccino, la sua pericolosità, l’uso strumentale per il cosiddetto great reset, il pericolo che tra il popolo si diffondano opinioni errate attribuite allo stesso magistero (es.: titoli di giornali tipo “La Chiesa approva la sperimentazione sui feti abortiti”); soprattutto, dopo che il Sacramento della SS. Eucaristia è stato profanato, avendo molti Pastori invitato a riceverlo chi non è in condizione di riceverlo, e averlo negato a chi lo desidera ricevere degnamente (in ginocchio e in bocca); dopo che è stato svilito e declassato con la inter-comunione, dove ognuno lo può ricevere senza dover credere di Chi si tratta; ebbene ora, dopo questi primi sacrilegi,  il Sacramento della vita eterna è sostituito dal sacramento della vita terrena. “Andate e vaccinate tutte le genti” sta per sostituire “Andate e battezzate”. “Non inquinate” ha sostituito “Non peccate”. E i martiri dell’Eucaristia, ad esempio San Tarcisio, saranno sostituiti dai nuovi martiri del vaccino, le prime inconsapevoli vittime della sperimentazione, che, in numero discreto, saranno canonizzate quando non sarà possibile occultarle.

Il vaccino sarà il nuovo battesimo nel nome della “liberté, fraternité et égalité”; “Io sono il dubbio sostituirà” “Io sono la verità;” “Ognuno è via a se stesso” sostituirà “Io sono la via”; in una parola “Io sono la morte”, sostituirà “Io sono la vita”.

Questo almeno nei loro piani; ma per fortuna, tra il dire e il fare – per loro e per noi in modo diversissimo -, c’è di mezzo il Cuore Immacolato di Maria, che al momento opportuno, intimerà “Alt” e ancora una volta schiaccerà in modo formidabile la testa al serpente e a tutte le membra del suo corpo, la sua stirpe maledetta.

In questo groviglio, il teologo deve fare ordine: deve trovare il bandolo della matassa, deve distinguere ciò che è moralmente obbligatorio da ciò che è conclusione prudenziale non sempre necessitante. Il teologo non discute la valutazione scientifica sulla efficacia reale e sulla sua pericolosità, come pure il giudizio su verosimili contraffazioni dei dati. Non è che non ne tiene conto, ma dice: io comincio dall’inizio; compie il suo servizio ecclesiale cercando di capire se vaccinarsi con un determinato vaccino ottenuto in un determinato modo è peccato o no.

Devo decidere se vaccinarmi: devo tener conto di tanti fattori. Ma il primo è: se mi vaccino pecco? Se per salvare il corpo perdo l’anima, ci guadagno a vaccinarmi?

D’altra parte, devo forse fare come i giudei rifugiati nella fortezza di Masada, che, per non cadere in mano ai Romani, si suicidarono dal primo all’ultimo (72-73 d.C.)? Oggi anche i soldati israeliani più sionisti estremisti osservanti del Talmud giurano “Mai più un’altra Masada”.

Il punto di partenza: il bandolo.

Il bandolo è il seguente:

Ricevere il vaccino – ammesso che sia efficace e non pericoloso (e qui è la medicina che lo deve dire) è un atto intrinsecamente cattivo, oppure no?

Se l’atto di ricevere il vaccino fosse intrinsecamente cattivo, la questione sarebbe chiusa; l’atto non si potrebbe mai compiere, qualunque sia l’intenzione dell’agente e qualsiasi siano le circostanze.

Se poi l’atto non è intrinsecamente cattivo, non è detto che si possa fare sempre; allora, e solo in questo caso, si possono valutare le circostanze e le intenzioni; e si potrà valutare se – sulla base di queste, l’atto può essere ritenuto moralmente lecito.

Nel nostro caso, qual è l’articulum stantis aut cadentis, che può dirimere il nostro dubbio?

La domanda inziale può essere riformulata nel seguente modo (e qui cominciano alcuni termini tecnici, che – lo prometto ai non esperti di teologia – cercherò più avanti di spiegare):

Il soggetto che si vaccina coopera formalmente con chi ha causato l’aborto, dalle cui cellule è partito il clone utilizzato come terreno di cultura per i virus, indispensabili per produrre il vaccino, cioè una sostanza capace di destare una reazione anticorpale?

In seconda battuta: il soggetto che si vaccina coopera formalmente con le ditte farmaceutiche o organizzazioni tipo Planet Parenthood che compiono azioni inique per ottenere dette cellule?

Per rispondere a queste domande, è necessario dapprima vedere cosa si intende con la categoria formale predicata di un atto umano; una volta chiarito cosa vuol dire formale, si può spiegare cos’è la cooperazione formale: e solo allora si potrà valutare se l’atto di vaccinarsi rientra nel genere cooperazione formale con un’azione intrinsecamente cattiva (cioè sempre cattiva), e quindi a sua volta, sempre cattivo.

Cosa vuol dire “formale” in morale.

“Formale” si predica di una azione considerata nella sua moralità, perché in questo caso l’azione non è considerata in sè e per sè, come invece fa, ad esempio, l’arte (es.: la statua è fatta bene o male indipendentemente dalle intenzioni dello scultore); nel nostro caso la valutazione dell’azione, mai distaccata dall’oggetto, è considerata in quanto è appresa e voluta liberamente nella mente dell’agente; l’azione è riconosciuta, scelta e deliberata in vista del fine ultimo da raggiungere con i debiti mezzi.

Perché dico che l’azione valutata non è “mai distaccata dall’oggetto”? Perché altrimenti avrebbe ragione Pietro Abelardo (1079-1142), che diceva che potrebbe essere stata lecita l’uccisione di Cristo, se i Giudei l’avessero ritenuta buona in coscienza.

Nell’etica Abelardiana, abbiamo un formale (giudizio e volontario) staccato completamente dall’oggetto, per cui il soggetto agente non legge nel reale la moralità dell’atto, ma la decide a partire dalla sua mente.

Al contrario di Abelardo, noi, con “formale”, rettamente, intendiamo la lettura propriamente umana di una certa azione: la valutazione di un qualcosa di oggettivo esterno alla coscienza, un qualcosa che fa come da materia alla forma.

Facciamo un esempio: un chirurgo pratica un aborto eugenetico, perché non vuole che il bambino certamente trisomico soffra per il resto della sua vita.

Un infermiere, che sarebbe contrario, gli passa i ferri perché è importante e doveroso per lui non perdere il posto di lavoro per mantenere la famiglia.

Un’etica formale pura dichiarerebbe la liceità morale di entrambi gli atti, che secondo questi moralisti, in sé non sono nulla: sono solo azioni pre–morali, o amorali, alla stregua del respirare o digerire. Invece la valutazione morale formale-realista, formale-intenzionale, è: posso chiamare buona quell’azione particolare, che appartiene a una certa fattispecie?

Nel nostro caso, la retta ragione coglie l’essenza di quell’atto che, al di là delle intenzioni, è l’uccisione di un innocente; la coscienza morale conclude che non è lecito, l’atto è un male da evitare; la deliberazione di farlo ugualmente, che avviene scollegando l’atto dai supremi principi morali e giudicandolo come un bene “per me qui”, costituisce il peccato.

La valutazione morale formale-realista, formale-intenzionale, è: posso chiamare buona quell’azione?

La retta formulazione del giudizio di coscienza

Come posso rispondere a questa domanda? Come si svolge detta valutazione?

La ragione, dopo aver colto l’essenza di un atto particolare (es. dell’atto particolare “far abortire il bimbi della paziente n. x del letto y subisce l’astrazione nella fattispecie “omicidio volontario”); quindi essa  confronta l’azione con i primi principi (sinderesi = fa’ il bene e non fare il male), la legge morale innata (la legge naturale), la morale ereditata da una sana cultura e, last but not least, il magistero della Chiesa; per esso ci giunge la Rivelazione anche su cose conoscibili dalla sola ragione, ma di fatto molto difficilmente conoscibili a motivo delle ferite del peccato originale.

Il sillogismo morale dunque si compone così:

L’aborto di x (atto particolare) è un omicidio volontario di un innocente (fattispecie)

L’omicidio volontario (fattispecie) è sempre un peccato (la fattispecie è il termine medio)

L’aborto di x (atto particolare) è peccato, è un malum vitandum, voglio non farlo (conclusione morale).

Perché si dice allora che un certo atto è “formalmente” peccato; perché l’azione è collegata a varie operazioni della mente, non è puramente materiale.

Nel caso portato ad esempio, la retta ragione coglie l’essenza di quell’atto che, al di là delle intenzioni, è l’uccisione di un innocente; la coscienza morale conclude che non è lecito, che l’atto è un male da evitare; la deliberazione di farlo ugualmente, che avviene scollegando l’atto dai supremi principi morali e giudicandolo come un bene particolare, costituisce il peccato.

Se un medico causa per un errore materiale involontario la morte di un feto, e né la vuole, né la considera lecita, non è un peccato. Potrebbe esserci una colpevolezza in causa per negligenza etc. ma la negligenza non rientra formalmente nell’omicidio.

Dopo aver visto cosa si intende per formalità di un atto, vediamo ora che cosa si intende con “cooperazione formale”.

Cosa vuol dire “Cooperazione formale”

Si pone un atto peccaminoso; abbiamo visto che si compone di un giudizio che vuole fare un male “ribattezzato” maldestramente “bene”, e della volontà esecutiva di compiere quell’atto. C’è la scelta del fine e la scelta dei mezzi; ora tra questi mezzi potrebbe esserci la collaborazione indispensabile di una terza persona

Quando è che si ha cooperazione “formale”? Quando la deliberazione del cooperatore è un tutt’uno con quella dell’agente principale, quando il cooperatore vuole “formalmente” TUTTA L’AZIONE che vuole l’agente principale pur eseguendone solo una parte.

Possiamo portare l’esempio di un frutto portato da un ramo innestato in un albero: il frutto è opera simul dell’albero e del ramo. L’azione procede formalmente (abbiamo visto prima il significato) da entrambi come se fossero un tutt’uno.

Facciamo ora il caso di un servo a cui il padrone ordina di portare la scala sotto la finestra dell’amante: scala che il padrone utilizzerà per i suoi impudichi scopi.

Qui non abbiamo necessariamente cooperazione formale perché il servo coopera non all’adulterio (che non viene compiuto con la scala), ma alla salita sul balcone; mentre passare il bisturi al chirurgo è un atto finalizzato concretamente e necessariamente all’uccisione del feto, salire il balcone non è intrinsecamente connesso con l’adulterio.

In questo caso la cooperazione è materiale e la formalità è decisa dalle circostanze e dall’intenzione del cooperatore.

Vaccinarsi è una cooperazione formale?

Ora possiamo schiacciare il tasto “=” della calcolatrice, perché abbiamo immesso tutti i dati.

Si può forse dire che l’utente finale del vaccino coopera formalmente con…

– i genitori che hanno abortito…

– con le multinazionali farmaceutiche…

– con organizzazioni che praticano commercio di organi di feto abortito?

R. Il paziente vuole vaccinarsi, e non vuole né abortire, né produrre vaccino, né commerciare organi (aspetto formale-formale, l’atto considerato astrattamente e voluto o meno), né concorre nel nostro caso all’uccisione di un feto (aspetto formale-materiale: l’azione precedentemente valutata e oggettivamente prodotta)

Quindi si tratta di cooperazione…

1) materiale: (non c’è NULLA di formale)

2) remota: (nella serie della concatenazione causale l’aborto e l’utilizzo del vaccino è remota; esempio: l’operaio che fabbrica il bisturi è remotamente collegato con le azioni che il chirurgo fa utilizzando il bisturi).

3) involontaria; il vaccinando non approva assolutamente l’aborto origine della disponibilità del tessuto

Inoltre, non si compie un’azione cattiva per ottenere un bene, in quanto l’azione cattiva è già stata compiuta.

Esempio di un analogo caso lecito: le autopsie sui bambini abortiti dopo la fuoriuscita di diossina a Seveso per timore di malformazioni, sono state lecite per ottenere informazioni sulla tossicità della diossina (infatti hanno rivelato che non è teratogena in quanto nessun bambino aveva malformazioni).

Se invece un medico avesse indotto una donna ad abortire, per vedere la tossicità della diossina, sarebbe stato utilitarismo immorale.

Prime conclusioni.

A questo punto possiamo trarre le prime conclusioni: vaccinarsi con il vaccino, per la cui fabbricazione si sono utilizzate cellule etc. è un atto intrinsece malum, cioè tale da escludere categoricamente la moralità della vaccinazione? NO

Quindi, in base alle circostanze PUÒ essere (non “necessariamente è”) morale.

Liceità o meno della cooperazione materiale.

Anche la cooperazione materiale remota, per esser lecita, è subordinata al verificarsi delle seguenti condizioni:

a) motivo proporzionatamente grave;

b) indisponibilità di altro mezzo;

c) nel frattempo, l’attivazione per provvedere al bisogno in altro modo;

d) non “mettere all’angolo” (“o così o niente)” il vaccinando che ha problemi di coscienza (il quale però deve riposare nella fede nel giudizio della Chiesa, il quale è oltretutto pre-Francesco);

e) evitare lo scandalo e controbattere informazioni difformi (es. titoli tipo “La chiesa ammette sperimentazione sui feti”);

Le suddette condizioni sono ben specificate nei documenti della Santa Sede.

Liceità della produzione del vaccino.

Con i suddetti principi si risolve anche l’altro quesito che ci siamo posti inizialmente; può una ditta farmaceutica utilizzare i cloni cellulari?

Se utilizza suo malgrado cellule derivate da culture in atto da cellule prelevate in passato da tessuti vitali di feto abortito, a) se c’è il motivo proporzionatamente grave, b) se non si può per il momento fare altro, c) nella prospettiva di ottenere il vaccino in altro modo, è lecito.

Conclusione.

“Allora mi vaccino sì o no?” Posso solo risponderti che se ti vaccini non pecchi. In questo sono confortato dai documenti del Magistero, dei quali due sono stati redatti e approvati dai Regnanti Pontefici in epoca non sospetta. Il povero teologo, che fonda i suoi ragionamenti sul Magistero, raggiunge il suo scopo non approvando il Magistero (l’approvazione è pre-requisita) e quindi quasi garantendo i fedeli (“obbedite pure”), ma mostrando la credibilità e la plausibilità delle conclusioni del magistero stesso. In altre parole, mediante il servizio del teologo, la ragione funge da ancella ad una fede che si fonda su quanto la Chiesa propone a credere, ed è graziosamente aiutata – e non fondata – dalle argomentazioni teologiche.

Il magistero dice ciò che è vero, il teologo cerca di mostrare come ciò che è vero è vero.


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